Maxitruffa sui contributi statali ai giornali

Alessia Marani

Truffa allo Stato per 14 milioni di euro, fondi pubblici destinati allo sviluppo dell’editoria finiti, invece, nelle tasche di privati. Arrestato ieri mattina dalla Guardia di Finanza Massimo Bassoli, l’architetto-editore, ex direttore del Giornale d’Italia, dominus del quotidiano della comunicazione PuntoCom e capofila nella passata gestione dell’Indipendente. Falsificando fatturazioni e bilanci era riuscito ad attestare spese sostenute dalle società editrici (la Editrice Esedra, la Mediatel e la cooperativa Abrond House) per 18 milioni di euro, ottenendo così le credenziali per i finanziamenti concessi a giornali gestiti da cooperative o comunque collegati a organi di partito. Denaro che negli anni, anziché risollevare le sorti dei quotidiani, non avrebbe fatto altro che arricchire il suo patrimonio personale. Tanto da indurre i berretti verdi a mettere sotto sequestro negli ultimi giorni beni mobili e immobili (tra cui la stessa sede del Giornale d’Italia in via Parigi e due complessi immobiliari sulla Cassia che avrebbe tentato invano di dismettere in tutta fretta) a lui riconducibili, per lo stratosferico valore di 25 milioni di euro. Con Bassoli sono finiti in manette due suoi collaboratori, Umberto Lorenzini e Rocco De Filippis, nonché la moglie Francesca Romana Dolazza a cui il gip De Marco ha concesso i domiciliari. Indagate altre sedici persone, prestanome e professionisti e la società romana, ma con uffici a Bari e Milano, incaricata della revisione contabile, presso cui ieri all’alba sono scattate le perquisizioni.
A far partire l’indagine (operazione Golden Press) delle fiamme gialle sulla «scalata» dell’ex giornalista musicale direttore della rivista cult degli anni ’80 Tuttifrutti, un prelievo sospetto di 165mila euro in contanti segnalato dalle banche all’Ufficio Cambi nel 2004 e da questi subito girato agli investigatori del II Nucleo di Polizia Tributaria di Roma. Appena un paio di settimane fa, lo stesso Bassoli venne intervistato dai colleghi della trasmissione Report nell’ambito di un’inchiesta giornalistica sulla pioggia di fondi a giornali di partito e gestiti da cooperative di giornalisti pressoché introvabili nelle edicole. In particolare, gli si chiedeva conto di un contributo da 200mila euro «dirottato» nelle casse della Lega Nord. «Una manovra comunque permessa dalla legge - spiegano i finanzieri -. Mentre è tutta da chiarire la pista che porta dritto a un conto in Svizzera per cui chiederemo una rogatoria».
Ben collaudato il meccanismo per frodare lo Stato messo su dai quattro a cui è stato contestato il reato d’associazione a delinquere. «Lo stratagemma - dice il colonnello Bruno Buratti - era quello di creare e contabilizzare fatture per collaborazioni giornalistiche mai prestate e accollate a società fantasma o, comunque, ignare. Come nel caso di una ditta inglese a cui era stato richiesto il semplice invio di una brochure. Espediente attraverso cui sono riusciti a ricavare gli estremi per tirare fuori un “carnet” di fatture pronte all’uso. Oppure nel caso di un produttore di lattine per bevande a cui sono state attribuite collaborazioni per oltre due milioni di euro. Operazioni inesistenti che venivano però certificate in bilancio, avallate dai revisori e inoltrate alla Presidenza del Consiglio per la regolare erogazione dei fondi, proporzionale ai costi». Bassoli finito nel registro degli indagati, si dimette dalla direzione del Giornale d’Italia nel novembre 2005. Nello stesso periodo i finanzieri riescono a bloccare l’ennesimo stanziamento, già concesso, per oltre 1 milione di euro. Pensare che al quotidiano di via Parigi, che è l’organo d’informazione del Movimento Pensionati uomini vivi, il Cdr interno aveva più volte lamentato la difficile situazione economica con stipendi e tredicesime addirittura bloccate. Strano. Bassoli aveva persino intestato la Bmw 650 al suo autista.