Maxxi, per scovare i conti ci vuole Indiana Jones

Piccola odissea nella burocrazia. Le fatture delle opere acquisite dal
Museo sono a disposizione ma non si trovano mai. Eppure sono stati
spesi soldi pubblici: come quei 15mila euro pagati per un chilo di
lenticchie

«Soldi pubblici» in Italia è un ossimoro. Si tratta certamente di soldi, questo sì, e spesso anche di molti soldi, ma se si va a vedere quanto sono «pubblici», cioè come e dove vengono spesi, ecco che tutto diventa un po’ misterioso. Negli ultimi giorni su queste pagine abbiamo verificato - anche attraverso interviste a Vittorio Sgarbi e ad alcuni membri della commissione consultiva da lui voluta dal 2001 - che il procedimento di acquisizione delle opere della collezione iniziale del Maxxi, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, non ha brillato per trasparenza né per metodo. Sono venute alla luce società off shore del Liechtenstein che smerciavano opere (nello specifico un costoso frammento di un ciclo più esteso di Gilbert&George) per conto di venditori anonimi (forse antiquari del Canton Ticino) desiderosi di fare affari con lo Stato italiano. E ancora: prezzi d'acquisto del tutto incongrui rispetto alle quotazioni di mercato, documentazione approssimativa allegata o non allegata affatto alle opere prese in esame nonché, per finire, un pesante sbilanciamento delle acquisizioni verso una certa avanguardia nichilista produttrice di opere un po’ discutibili. Tanto per fare un esempio, nel 2001 il Maxxi pagò un paio di chili di lenticchie e fagioli quindicimila euro: era un «collage-mandala» dell’artista Bruna Esposito. Alla fine della mostra, le granaglie furono scopate via dal pavimento, messe in un sacchetto e conservate nelle cantine di via Guido Reni, insieme ad altre 13 opere di giovani artisti, tutte acquistate più o meno alla stessa cifra. Tra di esse, c’era anche un samurai di terracotta di Stefania Calegati, alto venti centimetri e con racchiusa nel ventre una pallina di materiale radioattivo, il tutto sigillato dentro una teca di vetro al piombo, con l’assicurazione che «i livelli di radioattività impiegati per l’opera sono inferiori ai limiti stabiliti per legge». C’è da sperare che la radioattività della Calegati non abbia contaminato i fagioli della Esposito. «Non importa - spiegò all’epoca Anna Mattirolo, oggi direttore del Maxxi Arte - perché ricompreremo fagioli e lenticchie ogni volta che si dovrà rimettere in mostra l’opera della Esposito. Il Maxxi non acquista l’opera realizzata, ma solo l’Idea».

Nel tentativo di fare un po’ di luce su un così bizzarro «shopping» artistico, abbiamo provato a cercare un dato che ci sembrava così pubblico da non richiedere più di dieci minuti per trovarlo. Abbiamo provato a cercare, cioè, i prezzi pagati per le 178 opere acquisite finora dal Maxxi (altre 30 sono premi, più 29 donazioni e 60 comodati, tra cui 58 opere della collezione Claudia Gian Ferrari). Ecco com’è andata.

Prima telefonata all’ufficio relazioni pubbliche del Maxxi. «Signorina, cercavamo l’elenco delle opere acquisite dal Maxxi, coi relativi prezzi pagati per ciascuna opera». Risposta: «Non esiste un tale elenco». Proviamo allora ad insistere dolcemente con le ragioni dell’etica e della logica: «Ma da dieci anni in Maxxi spende una media di cinque milioni di euro all’anno per acquistare opere d’arte. Mi sta dicendo che da tutto questo tempo non esiste un documento che provi al cittadino che ne fa legittima richiesta dove e come lo Stato ha speso questi soldi? È una follia. Guardi bene che esiste». Risposta: «Devo informarmi».

Giorno dopo, seconda telefonata: «Si chiamava per quell’elenco...». «C’è, ma senza prezzi. Lo troverà nel catalogo che stiamo facendo di tutte le opere acquisite dalla Galleria Nazionale di Arte Moderna e dal Maxxi. Verrà presentato tra un mese. Per adesso è blindato. Non vogliamo bruciarlo mediaticamente». Sarà, ma appena messo giù la cornetta abbiamo fatto una telefonata alla Mondadori Electa, editore del catalogo, che ce ne ha mandato una copia dicendoci che era in libreria fin dall’inizio di gennaio. Fin qui potrebbe essere solo questione di poca professionalità o disinformazione, solo che rimane la questione dei prezzi. Possibile che lo Stato non abbia documentato le proprie spese per dieci anni?

Terza telefonata. «Ma... questi prezzi?» Risposta: «Stiamo traslocando. Un po’ di archivio è nella sede vecchia di via San Michele, un altro po’ in quella nuova di via Guido Reni. Non saprei dove cercare». «Ci risentiamo domani?». «Provi».

Nei giorni successivi, nessuno ha mai più risposto, né ai cellulari né alle mail. Purtroppo c’è di più: le stesse telefonate le abbiamo fatte, nell’ordine, alla Corte dei Conti, a vari dipartimenti della Camera dei Deputati («Ci spiace, ma il bilancio che approva la commissione parlamentare non ha voci così specifiche, con dettagli su opere e prezzi pagati»). Niente. Ci vorrebbe Indiana Jones. La lista per ora è introvabile. Ma l’attuale Ministero dei Beni culturali che più di tutti si è speso per portare a termine l’operazione Maxxi, al di là di tutte le difficoltà, anche in seguito alle nostre richieste fornirà a fine febbraio dettagli precisi sulle acquisizioni.
(2.Fine)