«Mazepa», inno di Gergyev al canto russo

Alberto Cantù

da Salisburgo

Fra i compositori russi di fine Ottocento, Piotr Ilijch Ciaikovskij rispecchia tendenze occidentaliste. Però, senza ricercare «l’anima del contadino» come Musorgskij e gli altri Nazionalisti suoi contemporanei, si sente «russo fino nel midollo delle ossa»: e tale lo indicherà anche Stravinskij. Da russo incline alla malinconia e ai sogni, il musicista incarna la fine secolo d’una morbida, diffusa sensualità che si sposa al canto popolare, di una malinconia nostalgica che si piega sotto i colpi del fato avverso e maligno.
È il caso esemplare di Mazepa (1884), l’opera forse più «russa» e «sinfonica» del compositore, ascoltata ieri l’altro al Festival di Salisburgo in una sala rovente quanto a temperatura e applausi. Nel rifarsi all’esistenza tumultuosa del leggendario eroe cantato anche da Liszt, Ciaikovskij riprende un episodio riferito da Pushkin. Quello dove, secondo i punti di vista, Mazepa, il beniamino dello zar, è traditore della Russia oppure patriota che si allea con gli svedesi perché l’Ucraina divenga indipendente.
Dal pubblico al privato, c’è una singolare storia d’amore, tutta sotto il segno di un fato rovinoso: quella fra l’anziano capo dei cosacchi e la giovanissima Maria. Una storia tra «diversi», un amore forte ma impossibile (Mazepa è sconfitto nella battaglia della Poltava) dove Kotschubei, il padre di Maria, viene ucciso ingiustamente perché denuncia, senza che gli credano, le mire del Cosacco e Maria impazzisce dal dolore, fra le rovine di quella che fu la sua bella dimora, cullando Andrej morente, il ragazzo che da sempre la ama non contraccambiato e in cui l’uomo Ciaikovskij s’immedesima.
Mazepa è approdata a Salisburgo in forma di concerto, e pur senza scene e costumi l’opera, tutta psicologica e poverissima d’azione, regge benissimo. È una festa della musica russa visto che ad eseguirla sono interpreti doc quali il direttore Valery Gergyev, l’orchestra, il coro e la compagnia di canto del Teatro Marinskij di Sanpietroburgo.
Gergyev evita i facili effetti drammatici e racconta l’opera con poetica attenzione alle sue opulenze o delicatezze orchestrali dove le volute del clarinetto sono un’autobiografia del cuore. Coglie l’animo tormentato del protagonista ed esalta quel canto russo, anzi ucraino, che si ascolta in cori e danze.
L’orchestra è di altissima professionalità, sempre espressiva anche se meno seducente e «colorata» della Filarmonica di Sanpietroburgo. Il coro sa essere partecipe e doloroso (il Lamento di Ljubov, la madre di Maria) e nel settore femminile riduce a un sussurro assorto il commento per l’esecuzione capitale di Kotschubei. Mazepa, il baritono Valery Alexeev, ha nerbo e terribilità, forza d’accento ma anche fraseggio scavato, partecipazione sentimentale e affettuosa tenerezza da innamorato. Un personaggio completo. Maria, Olga Kuriakova, è trepida e accalorata senza essere il soprano lirico che la parte vorrebbe, specie nell’allucinata «berceuse» finale, la quale deve piovere come da un altro mondo: quello della follia. Se Kotschubei, Vladimir Vaneev, risulta un po’ generico, intensa vien fuori la Ljubov di Larissa Diadkova, voce-strumento dall’omogeneità formidabile. Andrej, Oleg Balashov, ha una corda tenorile ideale per le sue aperture liriche.