Mazzarella torna a fare il serio E sorseggia al bar il sacro calice

Al Teatro Parenti in scena «La leggenda del santo bevitore» di Joseph Roth

La leggenda del santo bevitore, una delle più belle opere del drammaturgo tedesco Joseph Roth, torna sul palcoscenico del Teatro Parenti, nella sede provvisoria di via Cadolini 19 fino al 23 marzo.
In scena un grande, grandissimo attore: Piero Mazzarella che, abbandonando per il momento le vesti del comico milanese, torna ai vecchi amori. Accanto a lui si mettono in mostra Martina Cozzi e Giovanni Lucini, per la regia di Andrée Ruth Shammah.
Il fascino della Leggenda è nella pluralità di contenuti che vi si possono rintracciare, a seconda che si privilegi la ricerca di certi significati, piuttosto che altri.
In ciò Roth segue fedelmente la tradizione chassidica del racconto orale, che fornisce degli ammaestramenti attraverso la narrazione di storie mistiche, che sono, peraltro, storie di profonde e semplici verità umane.
Nel portarlo in teatro, Andrée Ruth Shammah restituisce al racconto la vitalità della comunicazione orale, rifrangendola in una pluralità di «io narranti». Il racconto dell’attore include il racconto dell’autore che include il racconto del personaggio. E c’è anche il racconto che lo spettacolo, di per sé, svolge attraverso le suggestioni e le indicazioni della messa in scena.
Lo spettacolo è costruito su tre personaggi e una giostra di immagini. Come nel racconto di Roth, il protagonista incontra di volta in volta un uomo o una donna, e sono sempre rapporti individuali, così nello spettacolo di Andrée Ruth Shammah, la società e la storia non figurano. Vivono nella mente dell’autore e appaiono attraverso proiezioni «fantasmatiche», che rimandano lontano nel tempo e nella storia d’Europa, ma anche nella storia dell’uomo, dei suoi desideri, delle sue traversie. Lo stesso bar dove si svolge la vicenda è una suggestione visiva. Tolte le proiezioni, rimane il vecchio armamentario del teatro: carta, legno, tela. Le immagini entrano dunque nello spettacolo come memoria e fantasia, sostenute da una colonna sonora struggente che va da Stravinskij al jazz, dalle musiche yiddish e della vecchia Russia alla gaieté parigina.
Accanto a Piero Mazzarella, un attore e una giovane attrice. Il narratore parla ad un testimone colto, che forse è uno sradicato come lui finito a fare il barista, oppure un amico che difende il valore della scrittura e lo segue, perché il suo manoscritto non vada perso. Per questo interloquisce da critico, con battute scelte dal saggio di Claudio Magris.
C’è poi la presenza inquieta della giovane che legge alcune frasi del testo. È il libro che si fa corpo per accompagnare l’autore e il personaggio là dove il racconto vuole andare, aiutandoli a fare i conti con se stesso prima di morire. È l’appuntamento finale, quello che tocca a tutti, verso il quale conducono anche le luci dello spettacolo. Ma luci e ragazza restituiscono anche il disincanto dell’autore, segnando la levità e l’ironia del suo racconto. Mentre la trama della leggenda si chiarifica, si riempiono di ambiguità i suoi significati.
Mazzarella racconta, legge, interpreta. Non c’è spazio per chiedersi che senso abbiano i fatti che succedono, ma si sente la «corposità» dei temi a cui alludono: l’identità, l’onore, l’assimilazione, l’isolamento, l’eros, la religione, la morte come discesa verso il nulla.
La leggenda del santo bevitore
Teatro Parenti
via Cadolini 19
fino al 23 marzo
tel. 02/599944700
www.teatroparenti.com