Mazzate dal quotidiano del Fli

RomaE adesso che fanno, la cacciano? Qui comincia la disavventura della professoressa Ventura, che grazie al j'accuse anti veline e al capello rosso ’nduja si era segnalata come ideologa femminile del finismo, che tuttavia (nomen omen) poi conduce tutti verso fini premature. L’idillio spirituale tra la politologa assurta a improvvisa notorietà grazie ai soporiferi interventi da Gad Lerner e la corte ortodossa finiana, pare proprio giunto al termine. Dopo un’attenta riflessione di qualche mese, supportata da numerosi workshop all’Institut d’études politiques de Paris e parecchie colazioni con Panebianco suo maestro, Sofia Ventura ha avuto un’illuminazione sconvolgente sull’ex nume Gianfranco Fini: quando parla non sembra uno di destra. Ma dai, davvero? Vaglielo a spiegare agli adepti di casa Tulliani, noti eredi della scuola liberale einaudiana come Italo Bocchino, Fabio Granata, Enzo Raisi e il resto della compagnia d’opera già missina del Secolo d’Italia. Siccome il Fli non è una caserma ma una scuola socratica che incoraggia il dissenso (anche con t-shirt promozionali sul Fini che sfida il despota Berlusconi), per la rossa futurist-scettica è subito scattato il «metodo Perina», dal nome della infervorata direttora del foglietto finiano, sempre generoso di lezioni su stile e sobrietà giornalistici (prova ne sia la notizia in occhiello di prima ieri: «Finlandia, “cafone dell’anno”: Berlusconi si attesta al primo posto in classifica»). Alla povera Ventura, forse in procinto di cambiare area politica e tinta di capelli, è arrivato l’avvertimento del Secolo, nel peculiare stile del «metodo Perina» (ma più in generale «metodo Fli», genere notabili dell’Inail e burocrati di Stato), che consiste nel dire in quaranta fumose righe quel che si potrebbe significare con tre parole (per esempio: arrivederci e grazie). La «Cara Ventura», spiegano gli esegeti del terzopolismo, non ha capito che «la politica non è “dire cose”», non è da quel che dice che si giudica un giocatore, come spiegava De Gregori, finiano ante litteram. È inutile che la Ventura speri in «messaggi forti, anche impopolari» da Fini, perché invece la bella politica finiana ha ben altri traguardi che non quello di parlare chiaro, «deve fare i conti con la complessità del reale», diventare insomma cerchiobottista, un po’ laica e un po’ con Casini, basta non affondare, nell’attesa va bene anche Buttiglione. Alla signora, insuffla il «metodo Perina», passi in fretta la voglia di imitare Nanni Moretti e non faccia la difficile se Fini, nel «dire le cose», ricorda più Bertinotti che Tatarella. Per adesso fa venire i «brividi», poi chissà.
Il prossimo target del «metodo Perina» potrebbe essere Alessandro Campi, altro ispiratore universitario del finismo che però, ultimamente, avverte forti malori allo stomaco per le manovre neo-democristiane ordite da Fini dopo la mazzata in fronte della fiducia. In effetti già a quell’epoca si era capito che razza di organizzazione liberale («Il nostro partito deve nascere dal basso» diceva Bocchino al congresso, e a guardare lui uno poteva anche crederci...) può avere Fli, con Granata che avvertiva gli indecisi: «Voteremo compatti la sfiducia al governo e se due o tre tra noi si dovessero astenere si metterebbero automaticamente fuori da Fli». Chi non segue la linea del capo è fuori da partito, ricorda qualcosa? Occhio quindi Campi alle sue paturnie sull’eccesso di «antiberlusconismo» tra gli ex berlusconiani finiani e sull’«oggettivo obbrobrio politico istituzionale» di una macedonia elettorale da Fli a Udc a Api fino a magari il Pd. Anche su di lui potrebbe scagliarsi il «metodo Perina», con un altro aut aut da arrampicamento sui vetri tipo «Caro Alessandro, essere contro Berlusconi non è essere antiberlusconiani», oppure «Dissentiamo dal dissenso ma sei vuoi dissentire dissenti». Verbosità accusatorie ma soft, avvertimenti ma senza epurazioni chiare. Perché non amano le caserme. Preferiscono i bilocali a Montecarlo.