Per McCain un addio da eroe

Discorso patriottico del candidato sconfitto che zittisce i fischi dei
suoi sostenitori contro i democratici: "Farò di tutto per aiutare il
mio ex avversario che sarà il mio presidente. Elezione storica: dà
speranza a milioni di neri"

Columbus - Ci sono uomini che di fronte a una difficoltà, di fronte a una sconfitta crollano. E ce ne sono altri che invece proprio in quei momenti danno il meglio di sé reagendo con dignità, onore, lealtà. John McCain è uno di loro e l’America, nella notte del trionfo di Obama, si è resa conto di quanto grande sia, nell’animo, il suo rivale. In dieci minuti il senatore dell’Arizona ha riconciliato il Paese, placato ogni odio, abbracciando simbolicamente il nuovo presidente, per il quale, in cuor suo, ha sempre provato simpatia e ammirazione. In tempi normali sarebbero stati amici, il destino ha voluto che si affrontassero in una campagna che è stata dura, ma di cui non c’è più traccia; perché Obama e McCain rappresentano i volti di due Americhe, una cosmopolita, moderna, multietnica, l’altra tradizionale, patriottica, leale, che il 4 novembre si sono ricongiunte.

«Questi sono tempi difficili per il nostro Paese», ha dichiarato l’eroe della guerra del Vietnam martedì notte di fronte a migliaia di sostenitori a Phoenix. «E farò tutto il possibile per aiutare Obama a superarli. Invito tutti gli americani che mi hanno sostenuto non solo a congratularsi con lui, ma a offrirgli il proprio sostegno incondizionato, perché in questi momenti dobbiamo unirci trovando i compromessi necessari per ridare prosperità al nostro grande Paese, lasciandolo ai nostri figli e ai nostri nipoti migliore di come lo abbiamo ricevuto noi».

Quando ha pronunciato i nomi di Obama e di Biden, la folla ha fischiato, ma McCain li ha subito zittiti con un cenno della mano, quasi infastidito. «Per piacere...», come dire: non è il momento, ascoltatemi, quel che ho da dirvi è molto più importante. «Barack è riuscito a dare speranza a milioni di cittadini che un tempo pensavano erroneamente di non poter influenzare l’elezione del presidente degli Stati Uniti e per questo lo ammiro profondamente», ha affermato con la voce ferma ma gli occhi lucidi. «Questa è un’elezione storica, soprattutto per i neri e dimostra quanto cammino sia stato percorso dall’epoca in cui vecchie ingiustizie infangavano la reputazione degli Usa e negavano a molti cittadini il riconoscimento dei loro diritti. Ma oggi l’America ha rinnegato la crudeltà e l’odio di quegli anni. E non c’è miglior prova dell’elezione di un afroamericano alla Casa Bianca».

Un presidente che deve essere di tutti, anche di chi continua a nutrire pregiudizi razziali. È una piccola minoranza, ma tenace. Ed è a loro che McCain si è rivolto, da vero patriota. «Country First», «Il Paese prima di tutto» era lo slogan della sua campagna; resta lo slogan di una vita. Nelle celle dei Vietcong sopportando cinque anni e mezzo di torture e privazioni. Al comando di un cacciabombardiere nucleare aspettando gli ordini di John Fitzgerald Kennedy durante la crisi dei missili a Cuba nel 1962; nel Duemila quando le calunnie di Karl Rove lo privarono della nomination repubblicana. Non ha mai perso fiducia, non ha mai perso il sorriso, non ha mai dubitato della grandezza degli Stati Uniti. No, non ci può essere compiacenza per il razzismo. È la sua ultima missione, la più importante. «Questa campagna era e resterà il più grande onore della mia vita. Il mio cuore è colmo di gratitudine nei confronti degli elettori che mi hanno permesso di confrontarmi lealmente con il senatore Obama e il mio amico Joe Biden».

Non una sola parola di recriminazione nei confronti dei suoi collaboratori o del Partito repubblicano e nemmeno verso la sua vice Sarah Palin, con cui i rapporti negli ultimi tempi si erano incrinati e che non pochi ritengono responsabile della sconfitta di McCain. Sarah ha mobilitato la base evangelica, ma ha allontanato la maggior parte degli elettori indipendenti. Eppure martedì sera era sul palco al fianco di John. Riconoscente, nonostante tutto. «Non so che cos’altro avremmo potuto tentare per vincere - ha dichiarato il senatore dell’Arizona -. Abbiamo combattuto e duramente, ma abbiamo fallito. La colpa non è vostra né dei miei collaboratori, ma soltanto mia».
Un capo vero, John, fino in fondo e che ora accetta serenamente di finire nell’ombra. L’America è spietata con i perdenti; lui lo sa e non si lamenta. Ma sa anche di essersi guadagnato l’ammirazione del suo popolo in una notte comunque memorabile, quella della sua sconfitta.
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