McCain corteggia i duri e puri E Bush lo benedice

Il presidente appoggia il favorito ma la base repubblicana teme le sue posizioni troppo liberal. E lui: «Ho fatto molti errori, ora ascolterò solo voi»

da Washington

Dalla vittoria alla quadratura del cerchio: questo il difficile passaggio che sta davanti a John McCain nel momento in cui cadono gli ultimi dubbi sul fatto che egli sarà il candidato repubblicano alla Casa Bianca. I risultati del Supermartedì elettorale lo hanno rivelato o confermato come la scelta senza alternative e il primo a riconoscerlo è stato il suo principale rivale Mitt Romney. I due si sono incontrati ieri a Washington in una occasione questa volta non soltanto simbolica: il convegno annuale degli attivisti conservatori, gran parte dei quali rimpiangono la resa di Romney, molti dei quali ancora non mandano giù McCain. Lo hanno accolto con freddezza nel loro meeting di solito ribollente di entusiasmo, gli hanno riservato applausi avari, lo hanno sonoramente fischiato quando il discorso ha toccato il tema dell’immigrazione, una dei cavalli di battaglia della estrema destra, propensa a una deportazione in massa dei milioni e milioni di «illegali», opposti in questo alle vedute non solo di McCain ma anche di Bush. Il candidato a nuovo inquilino della Casa Bianca sa che i conservatori puri e duri non hanno votato per lui nelle primarie, sa che ha bisogno assoluto in novembre non solo dei loro voti, ma del loro attivo impegno propagandistico e ha fatto molte concessioni e recitato molte confessioni con relativi pentimenti: «Ho la grande responsabilità, se sarò davvero il candidato repubblicano alla presidenza di unire il partito e di ascoltare i vostri consigli. Qualche volta non vi ho prestato tutta l’attenzione che meritavate, ma adesso lo farò». I punti di dissenso fra McCain, che è sostanzialmente un conservatore, e la base «attivista» vertono soprattutto, oltre che sull’immigrazione, su i temi «di famiglia» come l’aborto e le nozze gay e sul suo voto contrario alla diminuzione delle tasse voluto anni fa da Bush. Su entrambi i punti McCain ha annunciato che «non lo farà più» perché la situazione è diversa perché «ho imparato tante cose»; ma poi ha voluto delineare i grandi temi in cui invece nel partito c’è unità. Li ha trovati nella «sicurezza nazionale», nella gelosa difesa degli interessi americani, nella «guerra al terrore», nella «attenzione al pericolo iraniano», nella volontà di vittoria in Irak.
Ha cercato insomma di identificarsi con molte delle scelte politiche di Bush, ma - e questa è la quadratura del cerchio - senza mai nominarlo. Perché il compito più arduo di McCain è oggi questo: l’uomo cui vuole succedere conserva l’appoggio di una maggioranza dei repubblicani (non plebiscitario, attorno al 60 per cento, ma che sale ad almeno l’80 per cento fra gli attivisti conservatori) ma fra i cittadini americani in genere è più che mai impopolare. Ha toccato proprio ieri, nell’ultimo sondaggio, il fondo con un indice di approvazione di appena il 30 per cento che investe un po’ tutte le sue politiche. La frana è cominciata con la guerra in Irak, ma si è allargata nelle ultime settimane per colpa della crisi finanziaria che è diventata una vera e propria recessione. Ormai lo ammette lo stesso presidente. E in più McCain non è considerato il meglio qualificato per affrontare la crisi economica: non ha esperienza in questo campo, è un militare di carriera e un grande patriota, come legislatore si è occupato soprattutto di problemi militari e del posto dell’America nel mondo. Per i bilanci ha già fatto sapere che, se eletto, si circonderà di una squadra di competenti.