McCain risale e dà a Obama del «socialista»

John McCain ha pigiato il bottone della sua «superbomba». Un bottone rosso, naturalmente, perché tale è il colore che l’ordigno intende spargere addosso a Barack Obama, ai suoi programmi, alla sua possibile presidenza. «Socialista», questo è ufficialmente il nuovo epiteto scagliato da destra sull’altro lato, quello sinistro, della barricata elettorale Usa. I programmi di Barack Obama sono «socialisti» o almeno «collettivisti». L’accusa non sorprende, viene anzi naturale dopo l’ultimo faccia a faccia fra i due aspiranti alla pesante eredità di George Bush. In quell’occasione McCain aveva tacciato l’avversario democratico di voler «spargere la ricchezza, redistribuirla». Una descrizione abbastanza corretta di una delle proposte di Obama per affrontare la crisi economica: diminuire le tasse al «ceto medio» e aumentarle sui redditi superiori. «Redistribuzione» in America è quasi una parolaccia, perché da molti le sue conseguenze sono viste come dal «cittadino Wurzelbacher», più noto come «Joe l’idraulico»: un impedimento al suo «sogno» e alla sua ambizione di diventare un giorno imprenditore.
Tasse uguale collettivismo, socialismo: è l’arma più pesante nella fase conclusiva della campagna elettorale, la V2 della riscossa di McCain. Che era stata preannunciata e che, in qualche misura, è in corso. I sondaggi annunciano, o confermano, che il candidato repubblicano ricomincia ad avvicinarsi al concorrente e potrebbe ridiventare nei prossimi giorni competitivo. Nessun dato annuncia un sorpasso, quasi tutti indicano un riavvicinamento. I 10-12 punti di distacco rilevati da taluni dopo il dibattito conclusivo potrebbero essere ridotti a 4 o 5, un margine non insormontabile dal momento che si riferisce al totale degli elettori e dunque può calare fino a 2 o 3 se si tien conto soltanto dei «votanti probabili». I repubblicani, di solito, sono più compatti alle urne. E in genere più disciplinati, dunque più capaci di rimonte all’ultimo momento; come accaduto ancora quattro anni fa quando Bush ha respinto la sfida di John Kerry.
È meno sicuro, tuttavia, che la regola sia egualmente valida nel 2008 e questo perché il partito democratico ha condotto una campagna senza precedenti per mandare a votare i suoi simpatizzanti. Fino a questo momento di fronte a 32 milioni di elettori «registrati» come repubblicani, ci sono 41 milioni di democratici. In alcuni Stati i rapporti di forza si sono capovolti (ci sono poi gli indipendenti, una quindicina di milioni, ma tutto sta ad indicare che essi sono più inclini, quest’anno, ad appoggiare Obama che non McCain). Questo sforzo di «registrazione» è massiccio, reso possibile dalle disponibilità finanziarie senza precedenti del partito democratico, che di solito è il «parente povero», ma nel 2008 si è trasformato in uno «zio ricco».
Questi soldi sono devoluti a diverse organizzazioni fiancheggiatrici, una delle quali, la «Acorn», è al centro delle polemiche per aver a quanto pare commesso scorrettezze, in sostanza fatto iscrivere uomini e donne non in regola per votare: stranieri, cittadini che hanno cambiato residenza di recente, defunti, personaggi immaginari. Nell’Illinois, patria politica di Obama, si sono iscritti alle liste elettorali numerosi «Topolino», le liste vengono adesso ripulite dagli uffici elettorali. Un tribunale ha scagionato l’organizzazione dall’accusa di frode, ma la polemica resta viva, soprattutto negli Stati in cui il risultato è sempre incerto. Compresa la Florida, che nel 2000 annunciò il vincitore dopo quasi sei settimane di scrutini. Anche quest’anno è previsto un triplo controllo delle «macchine per votare».