McCain si prende la rivincita ma lo sfidante ancora non c’è

Resta l’incognita Giuliani, che ha puntato tutto sul voto in Florida

John McCain ha 71 anni, i capelli bianchi ma lo sguardo fresco di un ragazzino. Amato da molti, rispettato da tutti, il senatore che otto anni fa contese la nomination a George Bush torna protagonista. E alla grande. Ha vinto in scioltezza le primarie nello New Hampshire, ottenendo il 39% dei consensi, staccando di sei lunghezze il secondo, Mitt Romney. E dire che fino a poche settimane fa nessuno era disposto a credere in lui. Colpa di una campagna partita malissimo. Uno dei più grandi strateghi elettorali, Terry Nelson, era con lui, ma l’estate scorsa rinunciò all’incarico per insanabili contrasti personali. Aveva tanti potenziali finanziatori che però al momento buono non staccarono gli assegni promessi.
McCain ha iniziato le primarie con pochi soldi in tasca e una squadra di collaboratori improvvisata. Per questo la vittoria ottenuta martedì notte ha le sembianze, a lui familiari, di una tipica storia statunitense: la rivincita del perdente, la rivincita di chi non molla mai. E John è un americano al 100%, figlio di un militare, lui stesso eroe di guerra, prigioniero per cinque anni e mezzo in Vietnam, irriducibile patriota, politico esemplare dal 1983, come deputato poi come senatore.
Eppure queste credenziali potrebbero non bastargli. È favorito per la nomination repubblicana? Gli esperti dicono di no. E allora chi? Il vincitore nell’Iowa, Mike Huckabee, che in New Hampshire non ha fatto campagna ed è finito terzo con l’11%? Neppure. Il ricchissimo Mitt Romney, sostenuto dalla famiglia Bush? Difficile, visto che nonostante una campagna martellante e dispendiosa, è arrivato secondo in entrambi gli Stati. Dunque Rudolph Giuliani? Forse, ma finora l’ex sindaco di New York è un oggetto misterioso: ha saltato le prime gare per puntare tutto sulla Florida, che andrà alle urne il 29 gennaio.
E soprattutto nessuno dei quattro appare vincente. McCain ha passato i 70 anni ed è un cavallo di ritorno: sebbene molto stimato anche in campo democratico non rappresenta certo il nuovo. Huckabee, ex reverendo battista, piace ai gruppi religiosi, ma non sfonda nell’elettorato laico. Romney è il rappresentante dei ricchi e in un’America scossa dallo scandalo dei mutui subprime non è certo un vantaggio. Giuliani è un campione nella lotta alla criminalità e al terrorismo, ma ha una vita familiare movimentata, è antipatico, troppo radicale su certi temi, non in sintonia con il partito su altri, come l’aborto.
Si va verso una scelta per difetto. Strapperà la nomination chi sbaglierà di meno, chi riuscirà ad essere non il più convincente, ma il meno inaccettabile. E con queste premesse ogni Stato conta. Le primarie continuano martedì nel Michigan, Stato natio di Romney, ma dove McCain appare in vantaggio. Poi il 19 gennaio andrà alle urne la Carolina del Sud, dieci giorni dopo la Florida e, il 5 febbraio, 22 Stati, tra cui la California. Si profila un mese intenso e imprevedibile che dovrebbe servire a indicare, se non il favorito, perlomeno una coppia in fuga, capace di contendere l’arena mediatica ai duellanti democratici Obama e Clinton, ammesso che ciò sia possibile.
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