MCCOY TYNER al piano come ai tempi di Coltrane

Da stasera a venerdì è al Blue Note col suo trio jazz

McCoy Tyner, questa settimana, è «artista in residenza» a Milano. Da stasera a venerdì il celebre pianista è di scena in quattro sere consecutive sul palcoscenico del club Blue Note: nella prima (ore 22) per il progetto MiTo; nelle tre successive per il normale programma del club, quindi ogni volta in due set alle 21 e alle 23.30 secondo la consuetudine del locale. Il concerto per MiTo doveva essere di pianoforte solo. Ma all'ultimo istante Tyner ha fatto sapere che anche domani suonerà in trio con Gerald Cannon contrabbasso ed Eric Kamau Gravatt batteria, e con Gary Bartz sassofonista ospite. Al pianoforte solo riserverà alcuni brani.
Dopo un periodo in cui ha avuto problemi di salute, Tyner è ora di nuovo in buona forma, come ha dimostrato nello scorso luglio al festival di Fano tranquillizzando i suoi ammiratori. È tornato a comunicare la straordinaria sensazione di potenza sonora per il frequente contrasto fra il gioco della mano destra, capace di lunghe e fitte sequenze melodiche create con tecnica superba e nitido fraseggio, e i blocchi profondi di accordi prodotti dalla sinistra. Il maestro approda comunque al vertice di se stesso quando si esibisce da solo, perché deve lavorare di più sulla sinistra come elemento portante e sull'indipendenza delle mani, lasciando intravedere quali siano stati i suoi ispiratori ormai lontani: il sommo Art Tatum e lo sfortunato Bud Powell. A sua volta, egli è oggi il maggiore referente dei pianisti di jazz emersi alla fine del secolo scorso e all'inizio del Duemila.
Il momento centrale dell'itinerario artistico di Alfred McCoy Tyner (nasce a Philadelphia, Pennsylvania, l'11 dicembre 1938) è l'incontro con il sassofonista e compositore John Coltrane. È un ricordo che adesso Tyner cerca di rimuovere, soprattutto per un'esigenza di totale affrancamento stilistico. Invece a volte ci ritorna, ne parla perfino se non richiesto, cita episodi. Aveva una personalità magnetica, Coltrane, come succede a coloro ai quali spetta la qualifica di genio. Ma non a caso, nel 1956, la sua ipersensibilità è colpita da quel pianista tarchiato e vigoroso, allora appena diciottenne. Il loro sodalizio nasce in due riprese: un primo incontro per una settimana di concerti in un club che ispira a Tyner la composizione di «The Believer». Lo regala a Coltrane che lo incide in long playing l'anno successivo. Si ritrovano nel 1960, e a questo punto Tyner entra a pieno titolo nel celebre quartetto coltraniano (e nell'empireo dei grandi del jazz) insieme con Jimmy Garrison contrabbasso e con Elvin Jones batteria. Coltrane è ben consapevole del livello di chi ha scritturato. Basti ascoltare il meraviglioso «My Favorite Things», uno dei pochi dischi che il jazzofilo porterebbe sulla proverbiale isola deserta. Si tratta di una semplice canzone che i magnifici quattro trasformano in un capolavoro assoluto, e Tyner vi contribuisce con una introduzione e un assolo che non è esagerato definire storici. Rimane con Coltrane fino al 1956, quando il sassofonista ritiene conclusa la sua esperienza quartettistica. Allora Tyner fonda il proprio trio e si trasforma in un accanito giramondo. Talvolta suona anche con un quarto solista «ospite», aggiungendo di preferenza al contrabbasso e alla batteria un sassofonista che è di volta in volta Sonny Fortune, Azar Lawrence, George Coleman o, appunto, Gary Bartz.
McCoy Tyner
Blue Note via Borsieri 37
stasera ore 22
da domani a venerdì ore 21 e 23.30
Blue Note