McGregor, Hoskins e la Watts: dietro il grande cast c’è l’inganno

Maurizio Cabona

da Berlino

Un grosso Festival non è solo un pranzo di gala dopo l’altro per chi viene a presentare i film. È anche una vetrina ambita e sovente ingannevole per la cinematografia locale. Cannes presenta sistematicamente quattro film francesi e quattro film mezzi francesi (coproduzioni) in concorso. Venezia subisce un’analoga pressione, che però è più grottesca, visto come è esigua la nostra produzione; con la Festa del cinema di Roma saremo al sublime: in Italia non si fanno più film, ma i festival raddoppiano... Invece il cinema tedesco rinasce: gli studi di Babelsberg vanno a pieno regime e poi ci sono tedeschi ovunque, giustificando con la loro onnipresenza non solo cinematografica le inascoltate parole di Andreotti del 1989: «Amo talmente la Germania che preferisco ce ne siano due».
Dunque è utopia sperare oggi che il Festival di Berlino dica «no» ogni volta che dovrebbe. Infatti ha detto «sì» a Stay («Resta») perché Marc Forster (Monster’s Ball, Neverland) è tedesco e poi perché gli attori principali sono noti: Ewan McGregor e Naomi Watts, più Bob Hoskins. Schierando Stay non in concorso, ma in una rassegna minore, il Festival tenta di non compromettersi. Il pubblico sentirà parlare del film lo stesso e magari andrà a vederlo (in Italia l’uscita è imminente). Però Stay è un film dell’inganno: l’ingannato è lo spettatore, messo dall’inizio su una falsa pista, destinata a rivelarsi come tale alla fine. Ma la fine - sebbene immaginabile - non si racconta.
Siamo in una New York piovosa. Lui (McGregor) è psichiatra, lei è una sua ex paziente ed ex aspirante suicida. Paziente di lui è un giovane artistoide (Ryan Gosling) teso al suicidio, di cui ha stabilito posto, giorno e ora, sul modello di un immaginario artista. Il gioco di specchi procede per un’ora e quaranta minuti, durante i quali lo psichiatra, che si chiama Foster e non Forster (senza «r» l’identificazione col regista è meno palese?), compie le azioni che solo i medici dei film compiono per i pazienti...
Dopo 21 grammi e The Ring, la Watts appare in un altro «giallo» parapsichico e McGregor ancora fuori parte, con l’aggravante che il regista tedesco Forster veste lo psichiatra Foster da inglese e lo manda al lavoro in abito di tweed e su una bicicletta - temerario - fra le auto di Manhattan; la Watts sgrana ancora una volta gli occhi azzurri davanti all’inesplicabile.
Eppure McGregor - giunto a Berlino con baffi e chioma a cresta di chi è appena sceso dalla moto sulla quale è salito senza casco - mi decanta la collega. In privato ha una voce meno bella che quando la imposta per recitare. Ma così pare convinto e quasi fa dimenticare il ron-ron delle cartelle stampa alla maniera americana, dove ogni attore e ogni tecnico elogia instancabilmente l’altro.
«Le domande che non mi piacciono - mi avverte - sono solo quelle intime», aggiunge, prevenendo che gli domandi dove ha lasciato il casco della moto. Del film del Festival val poco parlare; dei film precedenti non accetterebbe lui di parlare. Provo con la filantropia, che con gli attori funziona sempre. Infatti McGregor s’illumina: «Per l’Unicef mi sono occupato degli orfani del Malawi e sto per fare un giro in Ucraina, Kazakhstan e Mongolia». E parlando di bambini gli occhi gli sorridono più di quando parla di Naomi.