McInerney: amore a Ground Zero

Colpo di fulmine tra le macerie, dove l’autore è stato volontario

Jay McInerney torna con una nuova storia newyorkese, The Good Life (Knopf Publishing, 368 pagine, $ 25). Una storia di per sé semplice: due agiate coppie di Manhattan si muovono nei loro contesti sociali di benessere, rappresentanza e idiosincrasie, prima di quel mattino di settembre che ne segnerà i destini e darà loro l’opportunità di cercare di re-inventarsi nei mesi a seguire. C’è il finanziere che ha mollato l’incarico milionario a quarant’anni per seguire la passione per il cinema giapponese, la mamma aspirante sceneggiatrice, l’editor letterario, l’ex-modella star della beneficenza cittadina.
I Calloway (già protagonisti del precedente e bellissimo Si spengono le luci) abitano un loft a TriBeCa, conducono una vita molto trendy al di sopra delle proprie possibilità, hanno due gemelli faticosamente ottenuti con le più recenti tecniche di procreazione artificiale, e trascinano un matrimonio abitudinario che ha già subito colpi pesanti. I McGavock, alcuni quartieri e diversi milioni di dollari più su, vivono vite separate, unite di rado dagli eventi mondani intorno ai quali ruota l'esistenza della caricaturale moglie Sasha, e poco attenti alla crescita un po’ troppo rapida della figlia quattordicenne. I Calloway, traghettati dal romanzo precedente, sono «vecchi amici» di McInerney, e rispetto all’altra coppia la differenza nella completezza dei profili si nota. Per il resto tutte e quattro le figure sono piuttosto stereotipate, all’interno di un mondo di «ricchi e famosi», e di molti dei loro comportamenti, pur in un romanzo così corposo, non si hanno spiegazioni.
Il libro in realtà è soprattutto il racconto dell'innamoramento di due dei protagonisti in seguito ad un colpo di fulmine fra le macerie di Ground Zero, dove sono entrambi finiti come volontari nelle cucine allestite per i soccorritori. Luke e Corrine sono entrambi alla ricerca di un’occasione, hanno gran desiderio di vivere diversamente dal mondo cui appartengono (una caratteristica costante dei lavori di McInerney: l’attrazione, la repulsione e lo snobismo per l’ambiente di livello cui si appartiene, e dal quale i suoi personaggi vorrebbero sempre sfuggire), e per loro la tragedia è l’inizio di una vita più piena e di maggior consapevolezza, anche dei sentimenti che prima non riuscivano a provare come avrebbero voluto.
Alcune tra le pagine migliori del romanzo sono quelle che introducono l’11 settembre, con radicale cambio di scena, ma senza descrizioni, con pochi rapidi dialoghi, attraverso l’incontro nella polvere di Luke e Corrine, dove tutto il resto è già noto: McInerney intelligentemente non racconta la storia che tutti conosciamo e abbiamo iscritto nelle coscienze, ben sapendo che qualsiasi cosa uno scrittore potrebbe descrivere sarebbe pleonastica. Altrettanto buone tutte le scene a Ground Zero fra vigili del fuoco, volontari, eroi per caso, per le quali pare l’autore abbia attinto alla propria esperienza personale sul sito, dove sarebbe stato lui stesso volontario, e dalla quale avrebbe tratto ispirazione per il romanzo.
Ora, è presumibile che nelle mani di un narratore di minor talento di McInerney questo soggetto si sarebbe trasformato in un libro insulso, mentre il risultato, soprattutto nella prima parte, è un ritratto strepitoso di una New York da Basso Impero. È tuttavia anche molto evidente che finché i registri sono quelli che l’autore padroneggia da sempre - la satira sociale, la suggestiva descrizione d’ambiente, i dialoghi a tante voci dei party e delle cene, così potenti da diventare immagini vivissime di raffinati film corali dove ogni singola frase corrisponde alla perfezione al topos che la pronuncia - il libro funziona, eccome. Dal momento in cui il racconto si concentra sulla storia d’amore, presto diventa noioso, scontato, i due amanti quasi imbarazzanti nella loro storiella di brividi adolescenziali e weekend davanti al fuoco, nella quale i comprensibili turbamenti sul tradimento, sul futuro, sulle relazioni con i figli dopo un po’ annoiano e infastidiscono. La grande tragedia rimane quasi sempre distante, in alcuni momenti quasi sembrando un riempimento narrativo più che un reale momento di svolta nella vita di tutti. Nessuno nel libro ha perso una persona davvero vicina, a poco a poco l’evento sembra svanire sullo sfondo, e i riferimenti che vi fanno i personaggi finiscono per essere inevitabili luoghi comuni: si parlerà quasi sempre per cliché, e sembrerà che l’autore stia giudicando i suoi personaggi, che alla tragedia si riferiscono man mano in modo sempre più convenzionale e distaccato.
McInerney sembra così poco a suo agio con l'Amore e con la Tragedia, da far domandare perché non sia riuscito a tenere fino in fondo anche la cifra della Comicità e della Satira. A ormai più di vent’anni da Le Mille Luci di New York, sembra che stavolta l’intenzione principale fosse quella di scrivere un libro sull’amore, lasciando fuori dalla vita di tutti la storia, per mostrare come più che gli attacchi terroristici, il tempo, il cinismo, la vita familiare possano distruggere le relazioni umane. Il risultato è un curioso e ben scritto miscuglio, in cui l’amata città di New York è la vera protagonista, ma è soprattutto la conferma di quanto sia maledettamente difficile raccontare in maniera coinvolgente una semplice storia d’amore.