La medaglia di Picardi: "Dateci qualche ring che rifacciamo Napoli"

Il peso mosca di Casoria è la terza medaglia sicura della boxe azzurra ai Giochi. Batte il tunisino Walid Cherif e si qualifica per le semifinali

Pechino - Laggiù, dove la boxe è un bene di famiglia, ci voleva una storia da raccontare anche ai nipotini. Vincenzo Picardi potrà raccontare la sua. E far vedere una medaglia. Che sia di bronzo o anche più preziosa, ormai poco importa. La nostra boxe si stropiccia gli occhi: tre medaglie garantite, forse qualcosa di meglio da qui a domenica. Un miracolo a fronte di così scarsa materia prima. Oggi fare il pugile è passione più che guadagno.

Vincenzo Picardi è il piccoletto della compagnia azzurra, poliziotto e peso piuma, un trottolino sul ring, mai fermo e sempre pungente. Si è conquistato il diritto alla storia, e alla riconoscenza familiare, tenendo a bada uno scorbutico tunisino Walid Cherif: battuto 7-5 dopo aver faticato a muovere la sonnolenza dei giudici nel veder i suoi colpi. A un secondo dalla fine del primo round i due erano 0-0, poi qualcuno ha visto un pugno di Picardi! Neppure i due si fossero solo guardati negli occhi. Assurdo! Pareggiati due round, il nostro ha preso quota e mollato colpi determinanti nell’ultimo. «Ho vinto col cuore, quello mi veniva addosso come un carrormato», ha raccontato prima di salire sulle spalle di Francesco Damiani e arrivare a cavalluccio negli spogliatoi. Felici, tutti e due, pugile e ct, come bambini.

E Vincenzo si merita questa semifinale, perché ha sempre combattuto con bella boxe e discreta spettacolarità. Ma casa Picardi è la casa della boxe: papà Antonio è stato campione d’Italia fra i professionisti, Gianluca (16 anni) e il ventenne Giuseppe combattono fra i dilettanti. Solo una volta mamma Picardi maledì questa loro passione. Quando Vincenzo e Giuseppe si affrontarono sul ring per il titolo italiano, poco più di un anno fa. «Avrebbe voluto uccidere mio padre», ha raccontato Vincenzo che vinse quel match. Dici Picardi e pensi alla Campania, terra fertile e ricca di germogli per la nostra boxe. Non a caso Vincenzo è di Casoria. Gli altri due qualificati dei dintorni: Russo di Marcianise e Cammarelle ha origini campane. I napoletani sul ring quasi mai hanno tradito, magari fuori sono state tutt’altre storie. A questo, e ai problemi dei ragazzi che stanno laggiù, ha pensato anche Picardi quando è passato alle dediche: «Per mia moglie Maria, mia figlia Marina e per Napoli, città che non ha solo aspetti negativi. Se ci fossero le strutture, la boxe toglierebbe tanti ragazzi dalla strada».

Vincenzino usa parole sode e vere come i suoi pugni. Gli serviranno anche domani quando proverà a salire quel gradino in più che sembra una parete verticale. Lo aspetta il thailandese Somjit Jongjohor, più alto e più forte. Picardi lo conosce: ne è stato battuto. «Vincenzo è una 500, l’altro una Ferrari». Francesco Damiani dice tutto con il paragone. Picardi risponde per le rime: «Ma con il cuore si può far di tutto». Vedremo.