Il mediano Ligabue esce dalla cabina di regia

Neanche a farlo apposta. Per sfotticchiare Musikanten, fuori concorso alla Mostra del cinema, un anonimo spettatore ha appiccicato al «muro delle lagnanze» il seguente messaggio: «I cantanti fanno le canzoni. I registi fanno i film. I cantanti che fanno i film andrebbero rinchiusi in un Centro di gravità permanente (incluso Ligabue)». Purtroppo Battiato, credendosi artista totale e indiscutibile, ha annunciato un terzo film. Per fortuna Ligabue, nel presentare il suo concertone autocelebrativo di Reggio, ha annunciato l’esatto contrario: «Non credo che farò più il regista. Perdi un attimo di vita e al massimo qualcuno ti dà una pacca sulla spalle e ti dice bravo». Conclusione vagamente vittimista, ma resta la sostanza: dopo aver diretto due film (Radiofreccia andò molto bene, Da zero a dieci no), il mediano Liga ha capito che «con la musica è tutta un’altra cosa». Bisognerebbe dargli una medaglia. Perché non c’è niente di peggio del cantante di successo che, sentendosi imbrigliato sul versante creativo, si mette a scrivere libri o addirittura a girare film (a volte entrambe le cose). Sono mestieri diversi. Lo sfruttamento intensivo del talento quasi mai porta a buoni risultati, specialmente se il travaso viene giocato sulle stesse corde artistiche: nel caso di Battiato i dervisci rotanti, l’analisi regressiva, Wittgenstein e Beethoven; nel caso di Ligabue il disagio giovanile, il rock, le radio libere e la provincia. Francesco De Gregori, che è persona seria, non ha mai neanche lontanamente pensato di dirigere un film. Gli bastò comporre le musiche di Il muro di gomma.