"Mediaset si fa la sua Cnn Vi racconto i segreti del mio nuovo Tgcom24"

Mario Giordano, direttore del canale <em>all news</em> all'esordio stasera: "Puntiamo sul giornalismo di qualità. E senza talk show". News e approfondimenti andranno in onda sul <a href="/spettacoli/arriva_tgcom24_ecco_come_vederlo/28-11-2011/articolo-id=559359-page=0-comments=1" target="_blank"><strong>canale 51 del digitale terrestre</strong></a>

Questa domenica di novembre Mario Giordano farà fatica a dimenticarla. È una di quelle lunghe vigilie che avanzano lente, le dieci di sera che non arrivano mai, l’idea che senza dubbio ti sei dimenticato qualcosa e anche se cerchi di buttare giù un canovaccio pignolo sai che comunque dovrai improvvisare. Non è la tensione che senti in queste ore, ma l’impazienza. Non vedi l’ora di chiudere gli occhi e di buttarti. E comunque non è mica lo sbarco in Normandia. È solo la nascita della nuova piattaforma all news di Mediaset, ventiquattrore su ventiquattro a raccontare quello che succede, con una spedizione di cacciatori di notizie che si muovono dalla terra alla rete, dalla tv ai social network, dai telefonini a you tube. Sono le due del pomeriggio e questa domenica Mario non la passerà a casa. Il Torino non gioca, una preoccupazione in meno. Come al solito ha dimenticato di pranzare.

Paura?
«Un po’. Ma è normale. Questa è una sfida per tutta l’azienda».

Dicono che Mediaset sia vecchia.
«Dicono male. La voglia di rischiare e di innovare è nel Dna di Mediaset. Nasce così. Lasciami essere aziendalista. Fedele Confalonieri e Pier Silvio Berlusconi ci credono in questo progetto. È la prova che in un periodo di crisi per tutti l’azienda non si difende, non si rincantuccia, ma rilancia. È nei tempi bui che bisogna scommettere sul futuro».

Ti ricordi quando in tv appariva all’improvviso la sigla del telegiornale con la scritta «edizione speciale»?
«Sì e subito pensavi che era successa qualche disgrazia, il rapimento di Moro, un terremoto, lo shuttle che esplode a pochi chilometri da terra. Che ansia».

Appunto. Era il segno di qualcosa di così importante da interrompere il corso normale dei palinsesti.
«Si, lo so. E quindi»?

Ora non è più così. Le notizie ti assediano minuto per minuto, senza neppure la scusa del calcio. Non c’è più la distinzione tra il quotidiano e lo straordinario. Questa storia delle ventiquattr'ore di diretta non toglie un po’ il gusto dell’avvenimento memorabile?
«Benvenuto nel ventunesimo secolo. Quando stavo al liceo e mia moglie era ancora la mia fidanzata la chiamavo al telefono una volta a settimana. Mia figlia contatta i suoi amici più volte al giorno. Se mi deve parlare non aspetta che torno a cena, mi telefona, mi manda un sms. Siamo sempre connessi con qualcuno e con il mondo. In ogni momento, ventiquattro ore su ventiquattro. L’informazione si è semplicemente adeguata alla vita. È inevitabile e non credo possiamo farci nulla».

Questo significa che anche i telegiornali diventeranno archeologia. The all news killed the tg star. Che fine faranno Studio Aperto, Tg5 e Tg4?
«Hai deciso di farmi litigare con i miei colleghi? Invece ti sbagli. I telegiornali non scompariranno. Sono l’appuntamento classico, istituzionale. Se mia figlia mi chiama tre volte al giorno quando sto al lavoro non è che a cena non la ascolto perché ci siamo già sentiti prima. La cena o il pranzo sono come i Tg. È l’appuntamento importante per ogni buona famiglia».

Una volta uno scrittore disse che troppa informazione danneggia i narratori. Non si raccontano più storie ma c'è un inflazione di frammenti di notizia, uno dopo l’altro, senza una trama, senza un approfondimento...
«In parte è vero. Non sono d’accordo sull’approfondimento, ma il narratore non è più l'unico artefice delle storie. I protagonisti e i testimoni vengono direttamente alla ribalta, salgono sul palcoscenico. Se c’è un’alluvione, come è successo a Genova, chi l’ha vissuta, l’ha vista, l’ha documentata con un telefonino o una telecamera arriva prima del narratore».

Il giornalista, il narratore insomma, si limita a fare da buca delle lettere o a porgere il microfono. Già ci considerano inutili.
«Non ho detto questo. Il narratore non scompare. Anzi, dovrà essere ancora più bravo, perché dovrà raccontare tutto quello che c’è dietro la notizia superficiale, ricostruire la parte nascosta al di là delle testimonianze e della voce dei protagonisti. Tocca a lui andare in profondità, lavorare il materiale grezzo, dare il senso della notizia, non accontentarsi di una sola visuale, quella catturata dalla telecamera. Senza il giornalista avremmo una discarica di video, parole, personaggi, chiacchiere buttate in una grande oceano dove si rischia davvero di naufragare. Per navigare serve una rotta e qualcuno che sappia come seguirla».

Niente talk show?
«No. Sentiremo di volta in volta tutti quelli che hanno qualcosa da dire su un determinato argomento. Niente professionisti del salotto tv».

Quando hai fatto colloqui per scegliere la tua squadra cosa cercavi nei giornalisti?
«La fame. La voglia di sbattersi per questo lavoro. Mi piace il talento, ma tra undici presunti Maradona scansafatiche e undici Gattuso preferisco la seconda opzione».

Anche Maradona aveva fame.
«Infatti ho detto presunti».

Cosa chiedi quindi a chi lavora con te?
«Resistenza, velocità e capacità di lavorare su tutti i mezzi di comunicazione».

Resistenza al primo posto?
«Qui sei sulla notizia ventiquattro ore su ventiquattro, se non resisti tutto il resto diventa superfluo. Ieri sera mi è arrivato un sms di un giornalista: ci vuole un fisico speciale per lavorare qui».