La mediatrice sociale: «L’etnia non c’entra, servono politiche serie»

«Un errore prendersela con un popolo intero E le istituzioni spendano meglio i fondi europei»

«Nei giorni scorsi abbiamo consegnato al viceprefetto di Milano, dottor Saccone, 600 firme di rom romeni di Milano per esprimere tutta la nostra solidarietà alla famiglia di Giovanna Reggiani, la donna uccisa a Roma per ribadire che si tratta di una responsabilità individuale che ci indigna ma che non deve criminalizzare un popolo intero». Dijana Pavlovic non usa mezzi termini. Le sue sono parole dure di chi vuole scardinare luoghi comuni e pregiudizi ormai diffusi. «Si dicono troppe cose superficiali sui rom senza affrontare il problema di fondo e cioè che in questo Paese non si fanno politiche di integrazione e che i rom sono un utile capro espiatorio per gli imprenditori della paura».
Dijana è nata nel 1976 a Vrnjacka Banja in Serbia. Dopo essersi laureata all’Accademia di Arte drammatica a Belgrado, si è stabilita a Milano dove si è occupata di mediazione culturale. Attualmente svolge il non facile compito di occuparsi del suo popolo.
Lei difende il suo popolo, ma l’immagine purtroppo è quella che è. «È l'immagine che si vuole dare. I media hanno una grande responsabilità in questo senso ma soprattutto la politica che crede di risolvere il problema della sicurezza con leggi speciali e espulsioni di massa, quando si tratta di far rispettare la legge e di investire concretamente nell’integrazione dei rom come degli immigrati, romeni compresi».
Come dire che i romeni sono bravi e i rom cattivi... «No! Però bisogna ricordare le persecuzioni e le discriminazioni di cui sono vittime i rom anche in Romania. Deve essere chiaro che chi commette crimini, rom o romeni, sono i nostri peggiori nemici, in questo momento in particolare perché offrono l’occasione per criminalizzare». Quali sarebbero le «buone politiche»? «Prima di tutto dare la parola anche ai diretti interessati quando si decide del loro destino. Poi investire nell’integrazione: per esempio l’Italia è l’unico Paese europeo che non utilizza un solo euro dei 275 milioni per le politiche di integrazione messi a disposizione dall’Ue». Resta comunque l’idea che i rom non abbiano nessuna voglia di integrarsi. «A chiunque afferma questo bisogna spiegare che non c’è niente nella cultura rom o nel loro dna che impedisca loro di integrarsi, se per integrazione si intende lavorare, andare a scuola, abitare con dignità e rispettare la legge. Mettere in condizioni le persone di poterlo fare è l’unico modo per risolvere il problema alla radice».