Medici in Africa, una nuova esperienza del volontariato genovese nel Ghana

di Alberto Hesse

Capire il vero motivo che ci spinge ad aiutare gli altri non è facile. Soprattutto quando ciò significa allontanarsi dalla propria famiglia e dal proprio ambiente per raggiungere luoghi lontani e sconosciuti dove i pericoli ed il rischio di malattie è molto alto.
Io non ho ancora capito bene perché, da quasi nove anni, trascorro buona parte delle mie ferie presso una missione di un piccolo paese africano, il Comboni Center in Ghana. Il paese si chiama Sogakofe ed è sulle rive del Volta a circa un'ora di barca da dove questo grande fiume africano incontra il mare, in una larga e meravigliosa laguna nel golfo di Guinea. Ogni volta che arrivo in Ghana le mie sensazioni sono sempre le stesse, anche se con piccole varianti legate allo stato emotivo del momento. È strano, ma quando si va in missione, la mente si libera di tutti i pensieri e le preoccupazioni quotidiane per lasciar posto ad uno stato di serena attesa e di generica disponibilità. Si cerca di stringere amicizia con i colleghi compagni di avventura e con le persone che si incontrano e con le quali si dovrà collaborare.
L'organizzazione del viaggio
La pianificazione dura circa due mesi. Coloro che partono devono sottoporsi ad alcune vaccinazioni: la febbre gialla che ha una durata di dieci anni ed è obbligatoria, l'epatite A e B, l'antitetanica, l'antitifica che sono strettamente consigliate. Infine bisogna assumere la profilassi antimalarica. Ogni spedizione deve essere il più possibile autonoma, sia come attrezzature che come medicinali ed è per questo motivo che tutti provvedono per tempo a procurarsi i materiali di consumo per gli interventi chirurgici (bisturi monouso, fili di sutura, tamponi, garze, etc.) ma anche i colliri e i farmaci per l'ambulatorio oculistico e per la terapia post-intervento. Nel corso degli anni abbiamo imparato che le Ditte farmaceutiche sono in grado di mettere a disposizione gratuitamente discrete quantità di farmaci dedicate a questi scopi, è sufficiente che il medico richiedente dichiari dove e quando i medicinali verranno usati. Solo in via del tutto eccezionale il medico può attingere dalle riserve dell'ospedale ciò che non è riuscito a procurarsi in Italia: in questo modo si riesce a garantire un magazzino farmaceutico discretamente rifornito. Spesso gli oculisti «esperti», che frequentano il Comboni da molto tempo, organizzano la missione con colleghi più giovani desiderosi di intraprendere un'esperienza di questo tipo durante la quale potranno imparare molte cose.
Le cure degli stregoni
Mi è capitato più di una volta di dover operare cataratte già «trattate» dallo stregone, in Ghana chiamato «Juju». Gli stregoni, ricalcando i rituali dei sacerdoti egizi, tentano una sorta di manovra chiamata dagli antichi «reclinatio» che consiste nel far sedere il paziente su di uno sgabello e poi nel colpirlo con un bastone sulla fronte dal lato della cataratta; con questa manovra violenta il cristallino qualche volta si reclina su se stesso e il paziente riacquista un poco di vista; più spesso però non si ottengono gli effetti sperati ed il successivo intervento, a causa degli esiti del trauma, diventa molto più complicato. Coloro che hanno subito questo trattamento sono facilmente identificabili perché presentano sugli zigomi o intorno alle palpebre, delle vistose cicatrici, risultato di ulteriori piccole incisioni che il «Juju» pratica sulla cute del paziente.
Il viaggio
Dopo settimane di preparativi frenetici finalmente si parte, quasi sempre dalla Malpensa, alle prime ore del pomeriggio; il viaggio aereo dura sei ore seguite da due ore circa di pulmino per arrivare a Sogakofe solitamente tra le undici e mezzanotte. Ad attendere i medici all'aereoporto c'è sempre il fedele Koffi con una vettura del Comboni Centre. Koffi è l'autista ufficiale della Missione, persona fidatissima e legata a padre Riccardo da un affetto, una devozione e un rispetto quasi figliale. Koffi parla molto poco ma guida, guida, instancabilmente per centinaia di Km su strade tremende, che da noi non esistono più nemmeno in campagna. Si arriva solitamente di sera molto tardi; il caldo umido ti avvolge immediatamente con un abbraccio che durerà sino al ritorno a casa mentre nell'aria si avverte un odore caratteristico che ti prende prepotentemente la gola, tipico di quasi tutta l'Africa.
Il nostro lavoro
Prima del nostro arrivo Padre Riccardo, il fondatore del Centro, annuncia e promuove l'arrivo dei medici specialisti attraverso innumerevoli canali d'informazione. In Africa la televisione è vista da poche persone e in pochi leggono i giornali; Padre Riccardo informa tutti del nostro arrivo dandone comunicazione durante le Messe domenicali, affiggendo manifesti colorati nei villaggi e via etere attraverso Radio Comboni che ha un raggio di ascolto di circa 80 Km. I primi giorni di attività sono sempre i più intensi perché sono molte decine e a volte più di cento le persone che attendono di essere visitate e curate. Per fortuna la infinita pazienza di questa gente ed il concetto africano che il tempo non si misura con i minuti e le ore ma a giornate, ci aiuta nell'affrontare con calma questa miriade di pazienti. Dopo i primi giorni l'affluenza si limita a una trentina di persone al giorno e questo sino alla fine della missione. Dopo le visite del mattino si inizia il lavoro in sala operatoria. I pazienti da operare restano in sala d'attesa, seduti tranquilli, tutti rigorosamente vestiti con casacche e pantaloni verdi che padre Riccardo fa loro indossare prima dell'operazione. Eseguito l'intervento le persone vengono riaccompagnate al proprio letto da una infermiera; in genere sono attesi in corsia da qualche parente o amico, pronto ad accudirli con amore e rispetto. In Africa la solidarietà è un valore sempre presente, specie nei paesi o piccoli centri dove l'aiutarsi reciprocamente anche tra persone non legate da alcun vincolo di amicizia o parentela, è una abitudine costante, una regola non scritta.
Nel tardo pomeriggio il lavoro in sala operatoria finisce e se c'è ancora luce andiamo tutti sulla terrazza della sala da pranzo dove sorseggiamo una piacevole birra ghanese e ci rilassiamo aspettando il tramonto davanti a un Volta che scorre molto pigramente. È un momento magico per discorrere su qualsiasi tipo di argomenti ed è in momenti come questi che riusciamo a raggiungere tra di noi una sintonia particolare che lega in profondità tutti i partecipanti facendo percepire a ciascuno di noi l'importanza della solidarietà umana, dell'amicizia e di tutto ciò che ti può dare un amico.
*Docente Clinica oculistica Università di Genova