Medici in Africa, quel «taglio cesareo» del primo dell’anno, là nel Madagascar

Il Madagascar è un mosaico di paesaggi, di flora e di fauna uniche al mondo. È chiamato anche l'Isola Rossa: originatasi milioni di anni fa dalla separazione dell'Africa dall'India, racchiude territori molto dissimili tra loro, le zone desertiche e quelle occupate dalla savana, le foreste umide e rigogliose, le coste dal caldo secco e gli altipiani dal clima mite. Nella parte meridionale l'«Isola Rossa» è rossa davvero: la terra color mattone solcata da grandi corsi d'acqua si stende, sotto una vegetazione lussureggiante di piante di ogni tipo e misura, dalle mille sfumature del verde più intenso. I colori del Madagascar sono unici.
Ma tanta bellezza va conquistata a costo di viaggi lunghi e faticosi. La strada che da Antananarivo, la capitale, porta all'ospedale di Hemintsoa è lunga circa 800 Km. Abbiamo impiegato oltre 20 ore per percorrerli; più che una strada era una pista di terra battuta che, sotto la pioggia incessante che scendeva da ore, si era trasformata in una striscia di fango e pozze d'acqua larghe e profonde. Eravamo in quattro in un piccolo e vecchissimo pulmino Volkswagen. Quando il sole tramontò, intorno a noi calò un buio assoluto, l'oscurità totale della notte senza luna e senza il bagliore dei centri abitati al quale siamo abituati. La foresta era completamente oscura ma viva: dal fitto degli alberi si diffondevano i curiosi canti degli uccelli notturni ed altri inquietanti versi di animali a me sconosciuti. Ogni buca provocava tremendi sobbalzi che scuotevano il mezzo, sconquassavano il nostro corpo, piegavano le nostre schiene ed insinuavano nella nostra mente la paura di restare fermi per chissà quanto in mezzo a quella foresta.
Dopo un viaggio così l'ospedale di Hemintsoa, illuminato dalle luci dell'alba, sembrava un paradiso terrestre: le suore ci aspettavano sorridenti sul vialetto d'ingresso del giardino fiorito e ben curato; intorno alcune piccole costruzioni semplici ma pulite. Erano le cinque del mattino e considerando la notte in bianco le suore ci sistemarono nelle nostre stanze per permetterci di riposarci qualche ora: un letto di legno con zanzariera, un piccolo tavolino con una sedia e, separato da una porticina fatta di assi di recupero, un minuscolo bagno. Tutto il necessario per un confortevole riposo. Dopo qualche ora e dopo la colazione eravamo pronti per lavorare.
Fin dal primo giorno abbiamo lavorato sodo. La sala operatoria, grazie al generatore di corrente, funzionava a pieno regime ed i pazienti da visitare nella sala medica erano sempre moltissimi. Padre Cento, il fondatore dell'ospedale, poteva contare sulla perfetta organizzazione di Suor Lea, la superiora, nonché il suo braccio destro: una donna dolce ma decisa, dai modi sempre gentili e sempre sorridente, rassicurante, all'occorrenza autoritaria e piena di entusiasmi. La persona migliore tra tutte quelle che ho conosciuto nei miei viaggi in Africa.
Durante i primi giorni è stato difficile abituarsi al clima caldo umido che qui è particolarmente fastidioso per tutti, compresi i locali. Ma siamo riusciti comunque a lavorare con entusiasmo, spesso contagiati dalla fragorosa risata di Suor Lea che non ha mai perso il suo buon umore, neppure quando fu costretta a restare a letto per un attacco di malaria durato qualche giorno.
Il primo dell'anno era vacanza per tutti e avevamo deciso di andare a Manakara, distante dall'ospedale solo un paio d'ore di macchina. Ma proprio quando stavamo per partire arrivò un camioncino sgangherato che portava un folto gruppo di persone di diversa età, tutti vestiti piuttosto elegantemente. Al posto del passeggero sedeva una giovane ragazza in avanzato stato di gravidanza e dal volto sofferente.
I parenti che la accompagnavano raccontarono che aveva le doglie dal giorno prima, ma che non era ancora riuscita a partorire. Fu sufficiente una breve visita per capire che era necessario subito il taglio cesareo, il battito cardiaco del bambino sembrava buono ma non era certo opportuno aspettare ancora. Abbandonammo l'idea di andare a Manakara ed iniziammo così il cesareo del primo dell'anno; io, che non sono chirurga, mi prestai come ferrista per sostituire la suora titolare che era via per la giornata di vacanza. Solo ad intervento iniziato mi spiegarono che spettava a me prendere subito in braccio il neonato, appena tirato fuori dall'addome, per permettere al chirurgo di tagliare il cordone ombelicale. Il clima era di distensione, tutto procedeva bene: la sala operatoria era fresca e ben equipaggiata, la paziente era tranquilla e non aveva dolore grazie all'anestesia spinale. Eravamo contenti di poter essere utili anche in un giorno di festa. Solo io ero impaurita davanti a tutte quelle pinze, forbici e bisturi; cercavo di concentrarmi sui gesti del chirurgo ma pensavo anche a quello che avrei dovuto fare nel momento della nascita: i bimbi appena nati sono cosi minuscoli e delicati, sono bagnati e scivolano sui guanti di lattice. Ma non c'era molto tempo per pensare e poco dopo, col cuore in gola, la bella bambina di quasi tre chili, con forza, emise il primo vagito tra le mie mani. Una grande emozione e soddisfazione che mi farà ricordare per sempre quel primo dell'anno. La chiamarono Sophie, aveva il cordone intorno al collo e non era nella posizione giusta ma non appena fu fuori pianse forte. Stava bene, cosi come la madre. La suora lavò subito la bimba e la vestì con gli indumenti che i parenti avevano preparato: con grande stupore notai che erano vestitini da bambina, compresa una graziosa cuffietta rosa. Ma come potevano sapere, vivendo in un villaggio in mezzo alla foresta dove di certo non si fanno ecografie, che sarebbe nata una femmina?