«Medici migliori con la letteratura»

Rita Charon è direttrice del programma di «Narrative Medicine» alla Columbia University di New York: «Attraverso i libri di Henry James insegniamo ad ascoltare le storie di chi soffre e quindi a fare diagnosi più precise»

da New York
Rta Charon ha una cattedra di Medicina Clinica presso la Columbia University di New York. Qualche hanno fa, quando la sua carriera di medico e di insegnante era già al culmine, ha preso un dottorato in letteratura inglese, con una tesi su Henry James. Si era messa in mente che la grande letteratura le avrebbe insegnato a diventare un medico migliore, perché, in sostanza, non esisterebbe grande differenza tra le storie inventate e le storie dei malati. Sempre di fiction si tratta. Oggi, nella stessa università, Rita dirige il programma in «Narrative Medicine» ed è editor-in-chief della rivista Literature and Medicine. Il suo libro Narrative Medicine. Honoring the Stories of Illness è uscito la scorsa primavera per Oxford University Press.
La incontro nel suo studio, al 24º piano di un ex albergo, dalle parti di Washington Square. Mentre mi tolgo la giacca, Rita mi invita a guardare fuori dalla finestra. È quasi sera. L’Empire State Building è illuminato dei colori della bandiera e il cielo è stupendamente limpido. Sulla parete della finestra spicca un celebre ritratto di Henry James.
Incominciamo con la domanda più importante: che cos’è una storia?
«Be’, diciamo prima di tutto che è molto dibattuto se dobbiamo parlare di storia o di narrazione. Io tendo a preferire il termine “storia”. Intuitivamente tutti sanno che cos’è una storia. Tutti hanno sentito una storia e usano il termine senza pensarci su tanto. Ti devo raccontare una storia... Senti che storia... Una bella storia... Una brutta storia... Ecco che cos’è una storia: qualcuno che racconta a qualcun altro che qualcosa è successo. La lista della spesa non è una storia. Una barzelletta lo è. Una storia è un evento comune ed è un racconto che accomuna. Le storie non esistono in astratto. Sono organismi viventi. Cambiano di continuo. Non esiste mai la stessa storia. Basta che cambi il narratore perché si abbia un’altra storia. Lo vedo benissimo in ospedale. Il medico inesperto non mette il paziente nelle condizioni di raccontare tutta la storia. E poi, quando legge quello che lo stesso paziente ha raccontato al medico più esperto, si stupisce e dice: “A me questo non l’ha raccontato!”».
Quali sono gli elementi distintivi di una storia?
«Perché ci sia storia occorrono: un narratore, un ascoltatore, una durata, una trama, un tema. Non tutti però ritengono che il tema e la trama siano indispensabili. Pensiamo alle storie di Beckett. Di che cosa parlano? In che rapporto reciproco stanno quelle voci che si intrecciano, vengono da lontano, quasi immateriali?».
Chi è l’autore di una storia?
«Chi racconta! Una storia può essere raccontata da più voci. Henry James l’ha dimostrato benissimo in Giro di vite. Lì chi racconta? La governante, il bambino, la bambina? O Henry James in persona?».
Non pensa che un medico esperto corra il rischio di far dire al paziente ciò che si aspetta di sentirsi dire? Insomma, di condizionare lo svolgimento della storia con le sue aspettative?
«Certo, è un rischio, un pericolo. Bisogna proteggersi dalla prevedibilità. La disponibilità alla sorpresa è l’atteggiamento migliore di chi ascolta una storia. Quando incontro un nuovo paziente, gli dico solo due cose... Potrei dirgliene moltissime, fargli centinaia di domande... Invece mi limito a dire: io sarò il tuo medico. Dunque dovrò sapere molto di te. Dimmi quello che pensi che io debba sapere. Così imparo in che modo questo completo estraneo inserisce la sua malattia in una cornice. C’è chi ti dice per prima cosa: Sono nato in Montana. E chi ti dice: I dolori al petto mi sono cominciati l’estate scorsa. Il punto è che io so di assistere a un evento narrativamente fondamentale: l’inizio. Ciò che segue va studiato come i narratologi studiano i testi. Occorre capire i modi espressivi (il dialogo piuttosto che la diegesi continua), il genere letterario, le analessi, l’utilizzo dell’emotività... Cerco con tutte le mie forze di sorprendermi. Io non domando mai: Fumi? Questo impedirebbe la sorpresa. Che cosa potrei aspettarmi dopo una simile domanda? Sì, no. E allora io dovrei domandare: Quanto? Risposta: Un pacchetto. E così via. E la storia dov’è andata a finire? Mi impegno anche a non prendere appunti mentre il paziente parla. Osservo. Poi trascriverò tutto. A proposito, ha mai visto una cartella clinica? (si alza e va a prendere un grosso quaderno, ndr) Vede quanto è alto? Un librone! Lo si legge come un romanzo. Qui ha la storia di vite intere. Guardi! Torniamo indietro agli anni Settanta. Vede, ogni tot pagine, la scrittura cambia. Ecco, questa è la mia. Qui è finito tutto: ciò che mangi, ciò che puoi fare e ciò che non devi fare, il tempo... Ah, il tempo è fondamentale. Guai tornare indietro e aggiungere dati o notizie fuori dall’ordine cronologico... La cartella clinica ha regole ferree - di stile, struttura, cronologia».
Torniamo a Henry James. È l’autore che più ha contato per lei...
«Sono pazza di Henry James. Lo conosco profondamente. Lui conosce me altrettanto bene. Ho penetrato ogni sua pagina e lui ha penetrato ogni fibra del mio cervello. Ha depositato in me il suo seme. Sì, siamo amanti. Posso dire così? Mi parla. Conosco i suoi segreti. Lo nomino nei ringraziamenti del mio libro. Henry James è il mio autore. Tutti dovrebbero avere un loro autore. Lei ne hai uno? Sono certa che lei ne abbia uno. Come si può vivere senza avere intimità con qualcuno nel più profondo dei modi, attraverso il linguaggio?».
Che cosa ha da insegnare Henry James a un medico?
«Da dove posso incominciare? James insegna ad ascoltare. Le sue infinite prospettive, le sue specificazioni, le sue parentesi, le sue angolazioni mutevoli... Ciò che fa nei suoi libri non è diverso da ciò che fa un medico diagnosta».
Gli studi letterari hanno molto da insegnare a un medico. E la medicina che cosa ha da insegnare a un letterato?
«La domanda è importantissima. L’esperienza della medicina permette ai letterati - scrittori o studiosi che siano - di ricollocare il loro sapere nel mondo. Lei neanche s’immagina quanti scrittori siano desiderosi di frequentare i seminari che organizzo, di parlare con gli studenti di medicina... Di recente abbiamo avuto Paul Auster... La medicina dà allo scrittore un ambito ideale in cui riportare la parola alla vita».
Quali sono i libri che hanno contato di più per lei?
«Gli ultimi romanzi di Henry James, i romanzi della Woolf, di Faulkner, le prime cose di James Joyce, Ivan Il’ic, qualcosa di Kafka...».
Chi di questi ha capito la malattia meglio di chiunque altro?
«Tolstoj».
Non Mann?
«Mann ha considerato la malattia una forma suprema di alienazione. Tolstoj ha capito che cosa si prova quando si muore».