Medici nel mirino: sale la febbre da denuncia

Crolla il rapporto di fiducia con i pazienti: un camice bianco su tre è sotto inchiesta. Eppure i processi li vedono quasi sempre assolti. E il decreto Bersani incentiva i ricorsi

E' un luminare dell'anatomia patologica. Figlio d’arte. Ha lasciato gli ospedali pubblici tanti anni fa per aprire un laboratorio privato specializzato in esami citologici e istologici. Ha appena finito d’eseguire l’ago aspirato su un nodulo scoperto per caso alla tiroide. «Struma colloideo», sentenzia. Traduzione: non è un tumore. Tira un sospiro di sollievo anche lui. Ci ha messo, come sempre, tanta perizia. «Ieri mi ha telefonato un collega», e fa nome e cognome di un altro luminare. «Mi ha chiesto: “Ma tu hai ancora voglia di fare questo mestiere?”. Abbastanza, ho risposto, però avrei dovuto dirgli: sempre meno. E lui: “Io no. Me l’hanno fatta passare”».

Lo «stato d’emergenza socio sanitaria della Regione Calabria», dichiarato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri dopo la tragica morte di una sedicenne nell’ospedale di Vibo Valentia, è niente al confronto con quest’altra emergenza che ha colpito l’Italia dalle Alpi Aurine a Lampedusa: è scaduto il patto di fiducia tra medico e paziente. Per rinnovare quello, non basta il commissario Achille Serra, spedito dal governo nella punta dello Stivale: farebbe fatica persino il prefetto di ferro Cesare Mori.

Un terzo dei medici italiani e l’80 per cento dei chirurghi hanno ricevuto almeno una richiesta di risarcimento o un avviso di garanzia per presunta malpractice (vulgo malasanità). La categoria ormai trascorre un terzo della propria vita lavorativa sotto processo. Due sanitari su tre vengono poi riconosciuti innocenti, o con un’assoluzione o con il rigetto dell’istanza per infondatezza. Ma intanto chi è stato accusato non ha nessun modo di rivalersi e subisce un vulnus morale e d’immagine incalcolabile. Se si considera che 12 milioni di persone, cioè poco meno di un quarto della popolazione italiana, vengono ricoverate ogni anno negli ospedali dove lavorano 650.000 operatori, andrebbe proclamato lo stato di calamità nazionale. Chi sta male non nutre alcuna fiducia, o ne nutre assai poca, in chi cura. Chi cura s’è stufato, non ci sta a essere additato al pubblico disprezzo come causa d’ogni guaio, ha paura di finire alla sbarra sui giornali e nelle aule di giustizia.

Oggidì un medico rischia nella migliore delle ipotesi di subire un processo nei tribunali del malato, nella peggiore di vedersi convocato in quelli veri per richieste di risarcimento miliardario presentate da fameliche associazioni che pubblicizzano le loro interessate consulenze legali fin dentro le corsie e gli ambulatori. Perciò nelle emergenze e nei casi dubbi - gli ospedali sono fabbriche di emergenze e di casi dubbi - anziché gettare il cuore oltre l’ostacolo per tentare di salvare la vita al paziente, l’operatore sanitario preferisce temporeggiare. Come dargli torto? Gli italiani accettano le cure da cavallo solo in Tv e a patto che a maltrattarli sia il cinico dottor House. «In mancanza di ferri chirurgici, una volta vidi il mio maestro rompere il vetro del proprio orologio e con un coccio praticare una tracheotomia a un paziente in dispnea che stava soffocando », mi ha raccontato un primario otorinolaringoiatra.

Nell’Italia del terzo millennio come minimo ne deriverebbe una richiesta d’indennizzo per l’antiestetica cicatrice sul collo. Il risultato è grottesco: 4 errori su 10 sono causati dal mancato intervento del camice bianco titubante, come emerge dall’esame di 1.286 sentenze della Cassazione (emesse fra il 1995 e il 2006) condotto dall’Università di Bari. Dallo studio si rileva come la ritardata prestazione (5%) e l’errata prescrizione, trascrizione e somministrazione di un farmaco (1,5%) si attestino su percentuali decisamente più basse rispetto all’inadeguata (43,2%) od omessa prestazione (39,7%).

Secondo Alessandro Dell’Erba, professore associato di medicina legale nell’ateneo pugliese, questa situazione è da ascriversi all’atteggiamento «difensivo» del medico, «che, per il timore di sbagliare, evita d’intervenire, commettendo in tal modo un errore». Il più grave. In un decennio il numero degli incidenti denunciati nella sanità è aumentato del 278%, passando dai 3.154 del 1994 agli 11.932 del 2004. O abbiamo allevato una generazione di dottori asini - nel qual caso bisognerebbe chiamare sul banco degli imputati i rettori che li hanno laureati, i direttori delle Asl che li assumono e i ministri della Sanità che dovrebbero valutarli - oppure qualcosa non quadra. Una spiegazione l’ho rintracciata fra le tanto decantate novità del decreto Bersani, che ha reso possibili a costi ridottissimi le valutazioni mediche e legali nei casi di sospetta malasanità, accordando il cosiddetto patto in quota lite.

In sostanza il cliente che si ritenga vittima di malpractice non deve anticipare alcuna parcella ai professionisti da cui si fa assistere. Solo alla fine della causa o a seguito di un accordo stragiudiziale devolverà all’avvocato e ai periti una percentuale del risarcimento incassato. Se questa non è sollecitazione alla lite temeraria, poco ci manca. Non si contano le associazioni a favore delle vittime di errori medici che valutano gratuitamente - con tanto di numero verde, manco fossero il servizio clienti della Coca-cola - l’opportunità di azioni legali. Una che va per la maggiore presenta la sanità come «il killer silenzioso » (sic). Poi vai a leggerti le storie di malasanità raccolte nel suo sito e scopri che sono appena 9 in due anni.

Nel 41˚ rapporto sulla situazione sociale del Paese, il Censis sottolinea un dato emblematico: «Il 97% degli italiani ritiene che gli errori sanitari rappresentino un problema molto o abbastanza importante». Nelle altre 25 nazioni della Ue solo il 78% della popolazione la pensa così. E non risulta che la percentuale di errori medici sia più alta in Italia che nel resto d’Europa. Lo stesso rapporto evidenzia «il disagio dei medici, che guardano con preoccupazione alle istanze di autonomia decisionale dei pazienti e denunciano spesso una frustrazione per lo svilimento della propria professione».

Già: i malati, formati alla scuola di Elisir del professor Michele Mirabella, pretendono di dettare diagnosi e terapie ai dottori. Un delirio proattivo che ha trovato consacrazione nell’evoluzione semantica del paziente in utente (ed è già tanto che non lo si definisca diversamente sano). Ma è giustificato l’allarmismo sulle negligenze ospedaliere? Molto, a leggere i quotidiani e a guardare i telegiornali. Poco, a scorrere il Protocollo sperimentale di monitoraggio degli «eventi sentinella» del ministero della Salute (in burocratese chiamasi «evento sentinella » un episodio «di particolare gravità, potenzialmente evitabile, che può comportare morte o grave danno al paziente e che determina una perdita di fiducia dei cittadini nei confronti del servizio sanitario»).

Nel periodo settembre 2005-febbraio 2007 le segnalazioni di «eventi sentinella» pervenute da un centinaio di strutture ospedaliere sono state 123. Tenuto conto dei circa 18 milioni di ricoveri registrati in quei 18 mesi, stiamo parlando di una percentuale di incidenti pari allo 0,00068. E comunque solo il 68% degli «eventi sentinella » hanno portato al decesso. «Ai medici non sono consentite negligenze, sciatterie e trascuratezze nella presa in carico del paziente», ha pontificato il ministro della Salute, Livia Turco, dai microfoni di Radio anch’io, dopo la tragedia di Vibo Valentia. È invece noto che sono consentite ai piloti d’aereo che prendono in carico i passeggeri e ai gruisti che prendono in carico le putrelle.

Voi conoscete un’attività umana esente da errori fatali, eventi imprevedibili, attimi di stanchezza? Bisognerebbe che la Turco nominasse primario Domineddio. Certo, cuore e ragione si rifiutano di accettare che due giovani vite vadano perse nel giro di pochi giorni per una tonsillectomia (operazione nient’affatto banale, peraltro). Ma non esiste intervento al mondo che sia immune dal rischio chirurgico. E neppure da quello anestesiologico. Con la differenza che negli Stati Uniti i medici più pagati sono gli anestesisti e i rianimatori che ti riprendono per i capelli, in Italia i dentisti che ti sbiancano le zanne. Non deve perciò stupire che questo sia anche l’unico Paese al mondo dove la gente, soprattutto al momento del ricovero, si rifiuta di considerare un’elementare verità: a volte, nella vita, tocca anche morire.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it