«Medici, riscoprite la morale della professione»

nostro inviato a Piani Resinelli (Lecco)
«Il cuore dell’uomo è un abisso, talora di bene, altre volte di male». Il cardinale Dionigi Tettamanzi è ai piedi della Grignetta, dove tutto parla di profondità e altezze. Ha pranzato con ottanta giovani chierichetti schiamazzanti, il bello e il buono che conquista e dà allegria e fiducia. Da arcivescovo di Milano e assistente nazionale dell’Amci, l’Associazione medici cattolici italiani, si è molto interrogato in questi giorni sulle notizie orribili che arrivano da un ospedale, dove gli uomini dovrebbero essere curati e salvati e invece le inchieste della magistratura lasciano pensare che la realtà inseguisse ben altri deali. «La professione medica è quella che sente maggiormente l’urgenza di essere al servizio dell’uomo» dice l’arcivescovo.
Cardinale Tettamanzi, non è incredibile quel che è accaduto alla clinica Santa Rita?
«È incredibile, soprattutto se si pensa che ci sono tanti medici bravi che fanno bene il loro lavoro. L’importante è che la difficoltà del momento sia l’occasione per un sussulto di moralità e di riflessione sul senso della professione medica».
Vuol dire che c’è qualcosa da ripensare? Vede il rischio che così si perda fiducia nei medici?
«Quando succedono queste cose c’è il rischio che l’attenzione si concentri sulla malasanità. Ma grazie a Dio e alla volontà degli uomini la realtà è molto più vasta e positiva. A Milano e in Lombardia, e non soltanto in Lombardia ma anche altrove, esistono molti esempi di buona sanità».
Lei che conosce da vicino il cuore degli uomini, come si fa ad arrivare a tanto?
«Il cuore dell’uomo lo conosce solo Dio. La Bibbia e anche la sapienza popolare dicono che il cuore umano è un abisso, talora di bene, altre volte di male. Di fronte a situazioni così gravi e inquietanti la condanna del male non è solo possibile ma doverosa».
Che giudizio esprime sugli autori di questi crimini?
«Il giudizio tocca solo a Dio, noi esprimiamo la condanna del male. Pensiamo alla paura, al dolore e alle difficoltà in cui in questo momento si trovano i pazienti, i familiari e i lavoratori. Quel che possiamo e sarebbe auspicabile fare è trasformare la difficoltà del momento in un’occasione di ripresa. È un discorso che deve toccare tutti, ciascuno di noi rispetto a quel che fa. È importante che il male diventi occasione, sussulto di ripresa dell’onestà, della pulizia, della generosità, dell’impegno a non tradire mai la propria professione, a non venir meno allo spirito di servizio e alla dedizione verso gli altri».
Non ci sono campanelli d’allarme che dovrebbero suonare in anticipo per impedire che accadano fatti del genere?
«La domanda che ci si pone a questo punto è se sia possibile che non ci si sia accorti in anticipo di queste scivolate. È un enigma, perché la strada è sdrucciolevole, si passa da un gesto all’altro e si finisce afferrati dall’insensibilità che ingoia tutto. Il male è per tutti un richiamo molto forte. Ma la strada da perseguire deve essere sempre il bene».