La medicina? In ateneo è affare di famiglia Il bisturi va in mano a figli, mogli e amanti

Baroni, il record a Napoli e Messina: tre su dieci hanno colleghi con lo stesso cognome in facoltà. E più crescono le omonimie più precipita la qualità della ricerca scientifica

«I figli so piezz’ e core». Ma anche di reni, fegato, occhi. Perché nelle cliniche universitarie delle due facoltà di Medicina di Napoli praticamente in ogni specialità c’è il rampollo di un barone universitario che ha ereditato una cattedra, un assegno di ricerca, un posticino al caldo di uno stipendio statale garantito. E non è un caso isolato. Le facoltà di Medicina sono tra le più contagiate dal morbo del nepotismo. Anche perché non sono solo luoghi di studio e ricerca, essendo collegate a ospedali e policlinici. Insegnare a Medicina in molti casi significa controllare posti letto. E i posti letto sono potere. E il potere è denaro. Non a caso Roberto Perotti, il professore della Bocconi autore del più acclamato libro denuncia del momento («L’università truccata», ed. Einaudi) ha preso come caso di studio proprio queste facoltà. E ha certificato, nero su bianco, che questa parte di università ha un’organizzazione strutturalmente feudale. Perotti ha compilato una statistica semplice ma significativa: ha contato quanti docenti di Medicina abbiano almeno un omonimo all’interno della stessa facoltà. Poi ha allargato il cerchio alle altre sedi di Medicina all’interno della stessa regione, un esercizio fondamentale, perché tra i baroni vige un sistema di scambio di favori, grazie al quale spesso i parenti stretti vengono sistemati in università satellite. I risultati sono incredibili.

Il record va a Messina: tre su 10 hanno omonimi in facoltà e quattro su dieci in Regione. Ed è particolarmente incredibile se si pensa che Messina non è certo una metropoli. Non va molto meglio a Napoli Seconda: il 27 per cento dei prof può annoverare un collega con lo stesso nome in facoltà (il dato sale a 34 per cento confrontando con le facoltà della Regione). La Federico II di Napoli è appena al di sotto queste cifre. E non sorprende, visto che nel capoluogo campano perfino gli studenti hanno denunciato la situazione raccogliendo segnalazioni di omonimie in occasione di una protesta denominata «Barone Day». In poco tempo, allargando il tiro all’intero ateneo napoletano, sono arrivate oltre cento segnalazioni di parentele. E Perotti ha scoperto anche che più aumentano le omonimie, più cala la qualità della ricerca (misurata in termini di citazione degli studi da parte di pubblicazioni scientifiche). Attenzione, Medicina non è un’eccezione: c’è una parentopoli in tutta Italia con 14 inchieste e 117 indagati. Ma i baroni negano. A Padova a fare scoppiare il caso, nel maggio scorso, è stato Ermanno Ancona, direttore della 3° clinica chirurgica, che ha inviato una mail ai 600 colleghi in vista dell’elezione del preside della facoltà. Nel messaggio elettronico si parlava di «questione etica» e di «nepotismo deteriore».

L’appello probabilmente è arrivato anche ad Antonio Ambrosini, direttore di Ginecologia, e al figlio Guido, che insegna nello stesso dipartimento. Oppure all’ex preside Antonio Tiengo e al figlio Cesare, medico a Chirurgia plastica clinica. Non è dato sapere come abbiano risposto. È agli atti di articoli di giornale invece la risposta di uno dei professori che era candidato alla massima carica della facoltà: «No comment, di queste cose si parla tra colleghi e non sui giornali». Come dire: è affare di famiglia, di cosa si impicciano studenti e contribuenti? La sensazione di onnipotenza e di impunità trasuda dalla ramificazione delle parentele. Ci sono professori che fanno stipulare contratti ai parenti direttamente, senza nemmeno passare per il fastidio di un concorso truccato (c’è un caso citato in un’inchiesta a Bari). Alla Federico II di Napoli il padre di un docente è stato condannato per aver agevolato l’assunzione del figlio. Ma l’erede è rimasto al suo posto. A Firenze è stato rinviato a giudizio il professor Firminio Rubaltelli per una «spintarella» alla collega Giovanna Bertini, di 28 anni più giovane. I due hanno sempre smentito di avere una relazione come sostenuto dal Gip. Poi la Finanza ha trovato a casa di lei una lettera di lui dai toni decisamente affettuosi. Eppure se glielo provi a dire ai baroni che il loro ormai è un sistema, si offendono. Perotti è stato inondato di messaggi indignati per la sua statistica sulle omonimie. «Non provano le parentele». Già è vero: restano fuori mogli, cugini e amanti.