Il medico del caso Welby: non lo rifarei più

La sorte giudiziaria dell’anestesista Riccio è legata all’esito della autopsia. E l’Ordine di Cremona apre un procedimento disciplinare

da Roma

La Procura di Roma non ha fretta di chiudere l’inchiesta sulla morte di Piergiorgio Welby. Prima di decidere se iscrivere nel registro degli indagati Mario Riccio, il medico che ha staccato il respiratore, o se archiviare il fascicolo, i magistrati aspettano di conoscere l’esito dell’autopsia, soprattutto degli esami tossicologici. Determinante sarà la quantità di sedativi rilevati dai medici legali nel corpo di Welby.
I Pm, nella speranza di acquisire in tempi brevi almeno i risultati preliminari degli esami (per quelli definitivi sono necessari 60 giorni), vogliono capire se Welby sia stato ucciso da una sedazione eccessiva, che gli ha bloccato il respiro e provocato il collasso cardiaco, o se la morte sia giunta dopo che il paziente è stato sottoposto a una normale sedazione e poi privato del respiratore artificiale. Nel caso venisse confermata la seconda ipotesi, che corrisponde poi alla tesi sostenuta da Riccio, il procedimento penale finirebbe in archivio. Era stata la stessa Procura, del resto, nell’atto di intervento scritto in occasione dell’udienza davanti al Tribunale civile in cui è stato discusso il ricorso di Welby, a sostenere che il malato aveva tutto il diritto di chiedere la fine dell’accanimento terapeutico, ma che l’ultima parola spettava comunque al medico. Ieri il dottor Riccio, che è anestesista e rianimatore all’ospedale di Cremona, è stato ascoltato fino a tarda sera dall’Ordine dei medici della sua città. Al termine dell’audizione il presidente del Consiglio dell’Ordine, Andrea Bianchi, ha aperto un procedimento disciplinare nei suoi confronti. Prima di essere ascoltato Riccio aveva ribadito di essere sereno. Con sé aveva un diario, una sorta di cartella clinica compilata la sera in cui ha staccato il respiratore a Welby che riporta tutte le manovre, le procedure e le terapie effettuate. «Ho già chiarito - ha anche detto - che se altri pazienti dovessero chiedermelo non lo rifarei. Ma non perché sia pentito, assolutamente, ma perché il mio lavoro è prettamente ospedaliero. Il caso Welby è un caso particolare che ho seguito e approfondito. E poi ho voluto portare a termine i miei convincimenti».
Marco Cappato, segretario dell’associazione Luca Coscioni, ha rivolto un appello al presidente del Consiglio: «Prodi si faccia garante della calendarizzazione dei temi etici». Dobbiamo completare l’azione portata avanti da Piergiorgio - ha aggiunto - per conquistare la certezza del diritto di porre termine a una terapia. O la conquistiamo perché non verrà aperta un’indagine, quindi sarà conquistato un precedente di certezza del diritto per medico e paziente, oppure la conquisteremo in Tribunale». La vicenda di Welby, dunque, resta in primo piano nel dibattito politico, alla luce anche della necessità di riempire il vuoto normativo già riconosciuto nella sentenza che ha negato il distacco della spina. Ai microfoni di Radio Vaticana, infine, il vescovo di Palestrina Domenico Sigalini ha spiegato che la Chiesa ha detto no ai funerali religiosi per evitare strumentalizzazioni.