Il medico che l’ha aiutato a morire «Sono sereno, era la cosa giusta»

«Un’incriminazione sarebbe come il “Processo” di Kafka: era doveroso interrompere quella violenza contro di lui»

da Roma

Capelli grigi in testa e tante quotidiane battaglie in sala rianimazione sulle spalle, Mario Riccio, anestesista nell’ospedale di Cremona, in genere i malati cerca di salvarli. Ora invece, dopo aver accompagnato dolcemente Piergiorgio Welby dall’altra parte, rischia 15 anni per omicidio di consenziente. Lui però è sereno: «Sono calmo e tranquillo, a posto sia con la mia coscienza che con la legge».
Però la Digos l’ha interrogata a lungo...
«Secondo me da questo punto di vista non ci sono pericoli. Un’incriminazione? Sarebbe come il Processo di Kafka. Spero che giuridicamente non accada nulla perché era doveroso intervenire».
Doveroso?
«Sì. Bisognava interrompere subito la violenza contro il corpo di Welby, come del resto chiedevano lui stesso e i suoi parenti».
Così lei ha staccato la spina.
«Ripeto, non abbiamo fatto nulla di illegale. Innanzitutto precisiamo che non si è trattato di un’eutanasia, perché non ho iniettato nel malato nessuna sostanza letale. Ho solo interrotto la terapia ventilatoria, d’accordo con lui».
Ne parla come se fosse una pratica normale.
«E purtroppo lo è. È una situazione che io vedo e vivo continuamente nel mio reparto di terapia intensiva, dove capita spessissimo di fare queste scelte, quando medici e parenti concordano di rinunciare all’accanimento terapeutico. Certo, se lei adesso mi chiede se è stata una cosa facile, io le rispondo di no, che non è mai una cosa facile. Ma la morte fa parte delle cose che succedono e bisogna saperlo. E occorre pure sapersi fermare al punto giusto. Che senso ha far soffrire ancora chi si trova in certe condizioni?».
Stavolta è stato diverso dal solito?
«Non è mai una passeggiata, non sono operazioni che si compiono a cuor leggero. Questa poi era una situazione molto particolare, con tutta la pressione mediatica e politica che c’era sopra».
Come mai è toccato a lei accompagnare Welby alla morte?
«Non mi è toccato, mi sono offerto. Nelle settimane scorse, visto il mio impegno nella bioetica, sono entrato in contatto con l’associazione Luca Coscioni per approfondire alcuni aspetti tecnici e medici. Mi hanno chiesto se ero disponibile a realizzare il desiderio di Piergiorgio, io ho risposto di sì, ho detto che non vedevo ostacoli, ritenendolo un diritto riconosciuto e ampiamente praticato. Con Cappato avevamo preparato tutto, cercando di evitare pressioni e condizionamenti su di me e sui familiari. Eravamo pronti a partire appena Welby ce l’avesse chiesto».
Quando lo ha conosciuto?
«Avevo già letto il suo libro. Lunedì sono venuto a Roma. L’ho incontrato, abbiamo avuto un lungo colloquio. Lui mi ha confermato ampiamente la sua ferma volontà di interrompere la terapia di ventilazione assistita e che ciò avvenisse in corso di sedazione».
Welby non ha avuto dubbi finali, esitazioni?
«No. Lui aveva riflettuto a lungo sulla lettera del professor Marino che gli chiedeva di soprassedere e aveva saputo del pronunciamento del tribunale. Mercoledì sera gli ho domandato se per caso il ricorso della Procura modificava qualcosa. Lui mi ha risposto che non cambiava nulla e che voleva andare avanti».
Così siete andati fino in fondo...
«Sì. Lui voleva che io prima interrompessi la terapia ventilatoria e che solo dopo lo sedassi. Gli ho spiegato che questo deontologicamente non si poteva fare, che semmai doveva essere il contrario. Voleva essere sedato per bocca, però nemmeno questo era possibile. Non potevo farlo soffrire. Alla fine si è convinto. Alle 23,40 Piergiorgio è morto per arresto cardiocircolatorio».
E lei dottore adesso come si sente?
«Mi sento tranquillo, sia dal punto giudiziario, che da quello medico e deontologico. Sono convinto di aver fatto la cosa giusta».