Il medico: «Cocaina? Curiamo anche i tredicenni»

L’allarme lanciato da una dottoressa in servizio al pronto soccorso dell’Humanitas: «È molto più diffusa di quanto si pensi. Troviamo positivi casalinghe, professionisti ma soprattutto studenti. I motivi? Vari, ma basta anche un brutto voto»

Augusto Pozzoli

Una ragazzina di 13 anni che assume cocaina. Si era presentata a un pronto soccorso milanese accompagnata dalla madre. Perché non stava bene. Il medico di guardia, Soheyla Bakhshkon, una giovane donna di origine iraniana, per cercare di capire l’origine del suo malessere la sottopone alle analisi del sangue e ha la conferma di un sospetto: positiva alla cocaina. Il medico cerca di parlarle: «Come mai?». «L’ho presa a una festa. Mi sento sempre troppo sola – risponde la ragazzina –. Questo è l’unico modo per stare bene con gli altri, per sentirmi in forma. Ma non dica nulla a mia madre». È minorenne, e il medico non può tacere. Quando con tutte le cautele del caso informa la mamma della ragazzina ha una risposta di rifiuto: «Non è possibile – dice la donna – me ne sarei accorta io per prima». La Bakhshkon non può farci nulla. «Al di là del rifiuto – dice – penso che quella donna quanto meno si farà qualche domanda sul rapporto che ha con sua figlia. Ma quanti ragazzi, e quanti adulti, ricorrono alla cocaina oggi? Un pronto soccorso è una sorta di mercato della realtà: la situazione che emerge è decisamente drammatica».
I casi più frequenti in cui si scopre chi assume cocaina riguardano gli incidenti stradali. «Di norma – continua il medico iraniano – siamo tenuti a verificare se nel sangue c’è la presenza di alcol o di sostanze stupefacenti. La cocaina si trova spesso, e ormai lo ammettono senza problemi. Spesso con cinismo. Ricordo il caso di una ragazzo appena ventenne arrivato in ospedale dopo aver sfasciato la macchina che gli aveva prestato il padre. Aveva il pigiama sotto i pantaloni, diceva di essere uscito a prendere le sigarette. Nulla di vero: era in stato di allucinazione e l’incidente un fatto inevitabile. Essendo maggiorenne non ho potuto dire nulla ai genitori che lo aspettavano al pronto soccorso, in lacrime, il padre per aver perso l’auto, la madre perché capiva il dramma del figlio. E lui impassibile, senza alcuna emozione. Questa droga sconvolge ogni sentimento». Per Soheyla Bakhshkon siamo ormai di fronte a un fenomeno che non ha limiti né di età né di condizione sociale: «Ho visto positivi alla cocaina attori e ambulanti, ragazzini e professionisti di 60-70 anni. Gente che cerca una gratificazione che non trova nella normalità: nel lavoro come in famiglia, nella scuola come con gli amici. Ho visto arrivare al pronto soccorso casalinghe che chiedevano aiuto perché non riuscivano a fare a meno della sostanza, ma che comunque stavano sempre male. Perché l’effetto iniziale di benessere, di sentirsi dei piccoli dei, dopo passa e i problemi restano. Sempre più pesanti». Secondo il medico iraniano gli studenti sono tuttavia la fascia di popolazione più a rischio. «A scuola – continua a raccontare il medico del pronto soccorso – un adolescente esperimenta le prime grandi frustrazioni. L’insuccesso scolastico spesso è alla base del ricorso agli stupefacenti. Ricordo il caso di un ragazzo di 16 anni che mi spiegava che era stufo di prendere brutti voti. Ma che cosa voleva fare da grande? Il cuoco, diceva. E la madre si scandalizzava. I genitori troppo spesso caricano i figli di attese che sono soltanto loro. Meglio un cuoco felice che un ragazzo che si vuole ingegnere ma non ce la fa. Genitori e insegnanti devono capire che una scelta sbagliata a scuola può segnare il tracollo».