Il medico: «Prese solo un antibiotico» Forse il segreto in un integratore

«Non ho preso nulla, dottore». Queste le prime parole (riferite dall’ufficio stampa della Federazione) di Andrea Baldini ad Antonio Fiore, medico federale.
Ed è per questo che il medico si definisce «scioccato e meravigliato per l’accaduto». È evidente la sorpresa nelle parole di Fiore, che non riesce a darsi spiegazioni: «Effettivamente è inspiegabile. Il ragazzo mi ha assicurato di non aver preso proprio nulla, ma la sostanza nelle urine c’è». Il medico, come a scandire la memoria indietro nel tempo per capire se si è fatto qualcosa di sbagliato, poi rivela un particolare in più: «Durante gli Europei di scherma (disputati a inizio luglio, ndr) ho somministrato a Baldini un banale antibiotico, lo zitromax, che nulla può aver a che fare con le sostanze emerse dal controllo antidoping». Arrivati a questo punto, non rimane che «aspettare le controanalisi di lunedì».
Approfondendo l’aspetto medico della vicenda, Fiore ci tiene a sottolineare che «come medico non prescriverei mai ad una persona sana un diuretico, e poi per un atleta sarebbe una forma di doping arcaica se si paragona all’Epo di Riccò... Ripeto, non mi spiego quanto è accaduto: conosco Baldini, è un ragazzo corretto ed oltretutto prende pochissime medicine».
Ed effettivamente la cosa che incuriosisce di più della vicenda è l’apparente inspiegabilità di come uno schermidore, se proprio vuole doparsi, assuma come sostanza proibita un diuretico: gli effetti pratici non sarebbero certo quelli sperati, o quantomeno non molto evidenti.
L’ipotesi, quindi, è che Andrea Baldini abbia comprato un integratore al di fuori della rete farmaceutica (che pone un maggior accento sul controllo dei componenti presenti negli integratori): oggi è possibile reperirne anche nei negozi che vendono materiale sportivo. Questo integratore, probabilmente, sarebbe sofisticato proprio con la sostanza a cui Baldini è stato trovato positivo: è come per il vino, a volte «taroccato» con l’etanolo. D’altronde in Italia (e anche in certi Paesi dell’Est europeo) per legge non è obbligatorio segnalare sull’etichetta del prodotto il grado di sofisticazione: proprio da questa mancanza di attenzione sarebbe nata la «pesante leggerezza» dell’italiano.