Medico ucciso, il mistero delle chiavi

Rapina a Milano, Colturani è morto per soffocamento Il figlio interrogato per 4 ore: "Nessuna contraddizione". E' giallo sulle chiavi, Luca: "Le abbiamo lasciate sulla porta"

Milano - Morto per soffocamento. È questo il primo risultato, che dovrà attendere comunque ulteriori riscontri, dell’autopsia eseguita ieri mattina sul corpo di Marzio Colturani, il medico aggredito e rapinato in casa insieme al figlio Luca. Questo significa che è stato ucciso dal nastro adesivo che i banditi gli hanno messo sulla bocca a mo’ di bavaglio. Intanto, a distanza di 36 ore, rimane ancora un giallo come i malviventi siano riusciti a procurarsi una copia delle chiavi con cui si sono introdotti in casa. Anche se il giovane ricorda di avere lasciato la chiave nella toppa e quindi sarà necessaria una perizia sulla serratura per capire esattamente come funzioni.

L’aggressione a padre e figlio è infatti avvenuta dopo che i rapinatori sono riusciti a entrare nell’appartamento al settimo piano di via Comerio 3, un elegante stabile in zona fiera senza effrazioni. Verso le tre di notte Luca, 30 anni, farmacista, viene svegliato di soprassalto ma subito colpito con un pugno, legato mani e piedi, imbavagliato e incappucciato con una felpa. «Stai buono che non ti succederà nulla» mormora un rapinatore con accento slavo. Il ragazzo sente trambusto per diversi minuti poi, dopo molti sforzi, riesce a liberarsi, corre in camera del padre e lo trova agonizzante. Anche lui era stato infatti immobilizzato e imbavagliato con il nastro da pacchi. Chiama il fratello Matteo, 34 anni, giornalista a Telelombardia, i carabinieri e il 118, ma i medici trovano l’uomo ormai privo di vita.

In attesa di un sopralluogo accurato, altre sono le urgenze in queste prime ore, sembra che i malviventi abbiano portato via 7 o 8 quadri, per un valore tra i 100 e i 150mila euro e i gioielli antichi della madre morta due anni fa. Tralasciando un paio di Rolex e altre tele di un certo valore. Sembra quasi un colpo su commissione, come se i banditi abbiano scelto accuratamente le opere da trafugare. Anche per questo ieri i carabinieri del Reparto operativo, diretti da Paolo Ferrarese e Antonio Bolognani, hanno coinvolto i colleghi del Nucleo tutela patrimonio artistico.

Si parte dal fatto che i banditi si sono mossi come sapessero alla perfezione cosa trovare e dove. Che, vista la dinamica, fossero tre, forse quattro, e abbiano usato i guanti in lattice, che hanno lasciato tracce abbastanza particolari. E infine che le dichiarazioni di Luca hanno trovato puntuali conferme nel nastro adesivo, felpa e forbici usate per liberarsi.

Gira e rigira dunque, tutto ruota intorno al mistero di queste chiavi e di come i criminali se le siano procurate. Non c’è molto da scegliere. In giro per casa c’era Tatiana, colf moldava di 23 anni, irregolare e assunta in nero, in servizio in casa Colturani dal 2005. Ma da poche settimane la vittima aveva fatto radicali interventi di ristrutturazione, che hanno compreso anche una porta blindata dotata di una chiave impossibile da duplicare senza un particolare codice. E Tatiana non ha mai avuto una copia. Poi c’è la ditta che ha fatto i lavori. Che dovrà spiegare esattamente che tipo di serratura ha montato, in quanto Luca ha ribadito di aver lasciato la chiave nella toppa. Resta da capire pertanto se quella serratura può essere aperta anche se dall’altra parte c’è una chiave inserita. Oppure se c’è la possibilità per esempio di agganciarla dall’esterno e farla ruotare, come sanno fare certi abili scassinatori.

Per cercare di ottenere nuovi dettagli, i carabinieri e il pm Bruna Albertini ieri hanno sentito nuovamente i figli. Luca è entrato verso mezzogiorno, Matteo, un’ora dopo. Entrambi sono stati sentiti per circa quattro ore. Dalla deposizione del minore non sarebbero emerse contraddizioni, Matteo si è limitato a precisare come il fratello è «in uno stato emotivo molto precario» e che non c’è ancora l’inventario degli oggetti rubati per poi concludere: «Le indagini sono a un punto critico. Mi è stato chiesto il più stretto riserbo per evitare di compromettere il lavoro degli investigatori».