Medio Oriente, cala il gelo tra Russia e Usa

Il capo della diplomazia di Putin: anche la Siria nel processo di pace

da Washington

La Russia «chiede spiegazioni» all’America e lascia intendere che, se non le avrà, potrà bloccare in seno al Consiglio di sicurezza dell’Onu, le sanzioni contro l’Iran. Un linguaggio e un tono che non si erano più uditi da Mosca almeno dal giorno in cui l’Unione Sovietica chiuse i battenti. Ma non è una sorpresa che le relazioni fra Mosca e Washington si stiano rapidamente deteriorando. Il punto di maggior tensione è in questo momento, naturalmente, il Medio Oriente.
Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha preannunciato a due agenzie di stampa che formalizzerà questa richiesta venerdì 2 febbraio in occasione della sua visita a Washington per una riunione del «quartetto» sul Medio Oriente. Egli si riferisce alla crescente offensiva politica economica e forse fra breve militare degli Stati Uniti contro Teheran. Parla di «retorica aggressiva in linea con le iniziative nella regione. Ci vogliamo vedere chiaro, ed è quello che dirò a Washington». Quello cui Mosca si oppone è che gli Stati Uniti, «dopo che è stato raggiunto un accordo sulla risoluzione alle Nazioni Unite, comincino a prendere iniziative unilaterali con sanzioni supplementari che non sono state negoziate con il Consiglio di sicurezza e che danneggiano lo sforzo collettivo nei confronti dell’Iran. In particolare l’aumento della presenza militare Usa nell’area e le iniziative a proposito del “dossier nucleare” sono controproducenti e allontanano Teheran dal negoziato».
Il capo della diplomazia di Putin esprimerà anche la «profonda convinzione» che l’Iran, così come la Siria, debba essere non isolato, ma coinvolto nelle trattative per il Medio Oriente, inclusa la Palestina.
Del resto il numero due di Lavrov, il viceministro degli Esteri Igor Ivanov, è arrivato a Teheran per consultazioni sul nucleare. All’irrigidimento del Cremlino contribuiscono molto probabilmente le sempre più frequenti «fughe» di notizie sulle azioni militari della Casa Bianca; ma sono anche il prodotto di un conflitto di interessi più preciso. Gli Stati Uniti potrebbero essere sul punto di proclamare delle sanzioni contro Mosca, motivate dalla consegna in corso all’Iran di una trentina di missili Tor-M1.
Si tratta di un sistema di difesa antiaerea della «quinta generazione» integrata e mobile, destinata a colpire aerei a media e bassa quota, apparecchi senza pilota e missili teleguidati. I primi esemplari sono stati consegnati in dicembre, in applicazione di un contratto firmato fra i due Paesi un anno prima che l’America condanna e definisce vendita di armi moderne a un Paese che sostiene il terrorismo internazionale».
No, replica Mosca: si tratta di armi difensive, un sistema terra-aria che può essere usato solo per proteggere il territorio da attacchi aerei, perfettamente in linea con le regole internazionali. Washington non la pensa così. Un portavoce del Dipartimento di Stato ha ribadito sbrigativamente che «non ci avrete mai sentito dire che è una buona idea vendere delle armi all’Iran». Ivanov gli ha risposto ieri: «È un contratto di legittimità internazionale fra due Paesi sovrani e non importa che a qualcun altro possa piacere o meno».
Opinioni che non appaiono per il momento conciliabili, e che potrebbero preludere al ritorno a un’atmosfera da Guerra Fredda su scala mondiale, esportando così nel resto del pianeta le crescenti tensioni nel Medio Oriente. L’annuncio che ai militari Usa è stata data «licenza di uccidere» gli agenti iraniani in Irak ha provocato una dura risposta del governo di Teheran: «Speriamo che queste notizie non siano vere, ma se lo sono esse implicano una diretta responsabilità del governo iracheno», che ne sopporterà dunque le conseguenze.
La tendenza dimostra comunque che gli americani «sono sempre più impantanati nella palude irachena». Da Mosca Lavrov gli ha fatto eco: «I problemi del Medio Oriente sono legati a idee confuse circa il prestigio. C’è chi avendo detto qualcosa una volta si rifiuta sempre di cambiare idea. È una politica inflessibile e miope».