Medio Oriente, ecco perché la Casa Bianca sta sbagliando tutto

È abbastanza difficile immaginarsi una serie di mosse più sbagliate di quelle intraprese dall’amministrazione Obama per rimettere in moto il processo di pace: non perché ha spinto con tutte le sue forze Israele a fare concessioni. Questo è legittimo e potrebbe anche essere utile, se fatto in maniera intelligente, cercando una contropartita rassicurante. Ma prima di tutto ci vorrebbe un piano, e il piano, che tutti richiedono, non è mai saltato fuori. Non si conosce nessuna strategia di Obama per raggiungere lo scopo desiderato di due Stati per due popoli. Si sa solo che lo vuole fortemente. Oltre a questo, si è visto che Obama ha avuto solo un’idea e che è sbagliata. Per la verità l’idea rovinosa l’ha avuta il suo delegato speciale per il Medio Oriente George Mitchell: è stata quella di inventarsi la «precondizione» cioè il «congelamento» di tutti gli insediamenti, considerando per tali anche alcuni quartieri di Gerusalemme che nessuno, né la destra né la sinistra, in Israele bloccherebbe senza trattare. Cioè, non si sa perché il congelamento è preventivo rispetto a ogni altro passo. In realtà la risoluzione Onu 242, che stabilisce il fine di due Stati per due popoli, dice anche che vi si deve arrivare con una trattativa e secondo criteri di sicurezza per Israele. Persino Yossi Beilin, ex ministro degli Esteri del governo laburista e leader di «Pace Adesso», ha dichiarato che Mitchell dovrebbe dimettersi, perché le trattative fra Netanyahu e Abu Mazen devono avvenire su un tavolo sgombro, animati solo dalla volontà di arrivare a un accordo. Invece prima l’invenzione delle precondizioni e poi l’imposizione di smettere di costruire a Gilo, di nuovo mettono Israele in posizione difensiva e Abu Mazen nella condizione, molto utile per la politica palestinese in questo momento, di non doversi sedere a discutere un programma di pace: perché, pensa ormai il presidente palestinese, se anche gli americani dicono che occorre fermare tutte le costruzioni anche a Gerusalemme, io dovrei avere un atteggiamento meno intransigente?
La questione di Gilo brandita come una spada dagli Usa è un errore marchiano: quel quartiere, situato a cavallo della Linea Verde, prima del ’67 era, e solo in parte, un’altura da cui quando attaccarono Gerusalemme i giordani cannoneggiarono il centro che è ben in vista dalla collina attaccata alla capitale di Israele. Il quartiere è popolare, dotato di palestre, cinema, scuole, ambulatori in cui si servono anche molti arabi israeliani e palestinesi, ha un centro acquisti molto alla moda, un sacco di joggers con la cuffia per le strade che non sanno affatto di essere coloni, McDonald’s, librerie, giardini ben curati anch’essi assai multietnici. Forse Mitchell non sa che non è abitata da settler ma da normalissimi cittadini, a tre fermate di autobus dal Quartiere Tedesco, la vecchia zona bohemienne del centro piena di boutique e ristorantini. Niente a che vedere con i veri insediamenti, tant’è vero che persino alcuni funzionari dei consolati usano prendervi case in affitto.
Mai Netanyahu potrebbe accettare un diktat americano sulla zona; e tuttavia, niente è più gradito ad Abu Mazen, al quale certo non sarebbe venuta in mente come prima cosa di chiedere il freeze di Gilo. Ci sono voluti gli americani. Ora lo chiede come «precondizione indispensabile» per parlare con Bibi. E qui veniamo alle sue ragioni: un mese fa Abu Mazen ha indetto le elezioni per il 24 di gennaio, dato che il 25 scade il suo mandato di presidente. Lo fece, in quel momento, per cercare di recuperare terreno rispetto a Hamas che negava ogni accordo, sperando che il consenso internazionale per questa mossa democratica mettesse in difficoltà il nemico interno e portasse a spingere ancora di più Israele per concessioni. Ma da allora le cose non sono andate come voleva: anche l’altra sua mossa da leader moderato, ovvero quella di accettare, come chiedevano gli Usa, di rimandare la discussione all’Onu sul rapporto Goldstone che dichiara Israele criminale di guerra per le azioni di Gaza, è stata talmente attaccata da Hamas da costringerlo a ripiegare su toni esasperati e a spingere per la discussione che di fatto c’è stata. Abu Mazen si è accorto che la sua legittimazione come leader moderato era molto più difficile di una sua sconfitta anche elettorale ad opera di Hamas anche a Ramallah. Dunque, si è arrampicato sul ramo offertogli da Mitchell-Obama dicendo che lui di pace non parla finché non cessano tutte le costruzioni, anche a Gerusalemme; ha dichiarato che finché Hamas non ci sta è meglio spostare le elezioni. Lui resterà in carica, sembra, ancora circa un anno, e poi, secondo le sue dichiarazioni, non si ricandiderà. E alla fine ha fatto l’ultima mossa: minacciare di dichiarare unilateralmente lo Stato palestinese nei confini del 1967 chiedendo per questo una risoluzione dell’Onu. Grande confusione. Ciò significherebbe infatti non ottenere lo Stato ma innescare un clima di mobilitazione e violenza che salverebbe la sua leadership ma forse porterebbe a una nuova Intifada.
Gli Usa e l’Ue hanno già dichiarato che l’idea non è buona, ma allo stesso tempo Abu Mazen sa bene che l’idea dei confini del ’67 non è affatto contenuta nella risoluzione 242, che parla di ritiro dai Territori contrattato e garantito. Portare all’Onu i confini del ’67 sarebbe un bel vantaggio per i palestinesi: una fuga in avanti rispetto a quel tavolo delle trattative che potrebbe costargli il posto per sempre.