Medio Oriente Lezioni di suicidio politico: il caso Abu Mazen

Il presidente dell’Anp, rinunciando a candidarsi alle prossime elezioni, si è messo da solo in una via senza uscita

Fine settimana piuttosto luttuosa per le politiche di conciliazione internazionale, di cui il patrono è Barack Obama. Da una parte, il rifiuto ormai chiaro dell’Iran a seguire il piano occidentale che doveva portare a un rallentamento della costruzione del suo nucleare, con immediata e ossequiosa sostituzione del piano da parte di El Baradei e entrata in scena della Turchia; dall’altra parte lo sconcerto occidentale di fronte al ritiro di Abu Mazen dalla competizione elettorale da lui stesso fissata per il 24 gennaio. Bernard Kouchner, ministro degli Esteri francesi è il più disperato e chiede a Abbas di ripensarci: il suo abbandono è una minaccia non solo per la pace, dice, ma «per tutti noi». Anche Hillary Clinton spera di continuare con Mahmoud Abbas «qualsiasi sarà la sua posizione».
Tutti, anche gli israeliani, fra cui Ehud Barak, sperano di recuperare le vecchie abitudini, e quindi che Abu Mazen scenda dall’albero sui cui si è arrampicato. Ma la verità è che la decisione di Abu Mazen riguarda l’onda nera che si eleva e si arrotola all’orizzonte, e il modo in cui egli stesso e il resto del mondo stanno cercando di affrontarla, ovvero, debolmente, amatorialmente. L’unica maniera che forse avrebbe Abu Mazen di tornare sulla scena sarebbe di rimandare quelle elezioni che ha appena convocato e mettersi a nuotare contro corrente, e non è detto che alla fine non lo faccia. Tornare a competere sarebbe suicida, ed è difficile che possa tornare a farlo. Abu Mazen è fra l’incudine del moderatismo e quella dell’estremismo. È stato oggetto dell’incauto gioco pacifista degli Usa e dell’aggressione di Hamas, e invece di rifiutare ambedue le dannose relazioni, ha cercato di navigare in due fiumi. Obama gli ha chiesto di essere l’uomo della trattativa e gli ha però di fatto posto un ostacolo insormontabile nel momento in cui, per la prima volta nella storia del processo di pace, ha chiesto a Israele il completo e immediato stop delle costruzioni negli insediamenti e anche a Gerusalemme. Abu Mazen, che non poteva certo essere da meno, ha messo a sua volta questa altissima asta davanti a Netanyahu, da saltare prima di sedersi al tavolo.
Ma Bibi voleva una prova: quella che Fatah riconoscesse l’esistenza di Israele come stato ebraico. Abu Mazen però doveva contenere la concorrenza con Hamas, sempre più sprezzante e aggressivo nei suoi confronti, e ha adottato toni oltranzisti lanciando una campagna per il diritto al ritorno e per la negazione del diritto storico degli ebrei a Gerusalemme e a Israele in generale. Però, attenzione, quando Obama alcune settimane fa lo ha invitato insieme a Bibi a New York, è andato mitemente all’appuntamento e ha accettato di non spingere all’Onu la relazione Goldstone che vuole Israele di fronte al tribunale internazionale per crimini di guerra a Gaza. Con il risultato di doversi ben presto rimangiare questa posizione sotto le pressioni di Hamas che lo accusava in piazza di alto tradimento.
Di fatto, Abbas si è rimangiato la concessione a Obama, la risoluzione Goldstone è passata all’Onu; e il divieto a Israele di difendersi ha messo Netanyahu in una posizione poco agibile per accordi preventivi con Abu Mazen. Ma intanto anche l’accordo con Hamas sponsorizzato dal Cairo è andato a pezzi. Si chiamerebbe una gioco «loose-loose», di perdita e ancora perdita per Abbas. Intanto Hamas, col plauso popolare, compiva lanci di nuovi missili Fajar forniti dall’Iran che possono arrivare fino a Tel Aviv. Questa è la propaganda che ha più presa, e Abu Mazen ha capito di non avere chance alle elezioni con la sua pallida e impossibile richiesta di smetterla con le costruzioni negli insediamenti: Israele certo non può accettarla mentre Hamas si prepara a alzare il tono dello scontro.
Il clima è di guerra, e lo dicono anche le enormi esercitazioni militari compiute da Israele con gli americani nei giorni scorsi. Abu Mazen ha voluto essere insieme la colomba che tutti desideriamo e l’uomo che non si siede al tavolo delle trattative se non si parte da dove dice lui. Ora si parla di successori impossibili, come Barghouti, che è in carcere con cinque ergastoli, e che perse le elezioni, da capolista, nel 2006. Lui stesso ha detto che le elezioni sceglierebbero solo il capo di metà dei palestinesi, impotente a gestire qualsiasi trattativa.
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