Il Medio Oriente preoccupa Barack. Dopo 10 giorni

WashingtonBarack Obama ha rotto il suo primo voto, quello del silenzio. Vi si era trincerato dietro nei primi dieci giorni della «guerra di Gaza», evitando così di prendere posizione su un argomento evidentemente spinoso. La sua formula era «c'è un presidente per volta». Vale a dire fino al 20 gennaio parla solo Bush, dal 20 gennaio in poi parlo io. Una risposta facile, astuta, impeccabile alle curiosità e alle pressioni di coloro che volevano che il presidente eletto prendesse una qualche posizione per subito confrontarla con le parole del presidente in carica e trarne deduzioni circa la continuità con le svolte della futura amministrazione.
Adesso però Obama ha parlato e tutto quello che è riuscito a tirar fuori è la più anodina e banale delle formule: è «molto preoccupato per le vittime civili a Gaza e in Israele». Naturalmente lo era anche prima come lo è un po' tutto il mondo. Lo era anche Bush, forse con qualche differente sfumatura della distribuzione delle responsabilità. Per esempio egli ha sempre citato in diverso ordine le vittime, mettendo quelle israeliane prime, coerentemente con la sua posizione in otto anni di presidenza. Obama nulla ha aggiunto e nulla ha detratto e ci si chiede allora perché ha parlato, offrendo così il fianco a polemiche a due settimane dall'insediamento e in un momento particolarmente cruciale della crisi in Medio Oriente, probabilmente indebolendo in tal modo la sua «mano» quando toccherà a lui guidare e graduare l'intervento diplomatico dell'America.
Sul perché di questa piccola svolta si possono solo fare ipotesi. La prima, e ovvia, è che si tratti di una concessione all'opinione pubblica, in particolare a quella che il 2 novembre scorso ha votato per lui. E sarebbe un segno di incertezza e quindi di debolezza. L'altra interpretazione è più sottile e complessa: Obama avrebbe soppesato le parole e il loro ordine dopo accurate consultazioni con il segretario di Stato designato Hillary Clinton per avviare una modesta revisione di toni che serva a proteggere una sostanziale continuità di concetti. Una indicazione in questo senso potrebbe venire dalla «contemporaneità» con una iniziativa dell'amministrazione Bush: la dichiarazione del Dipartimento di Stato, ancora retto da Condoleezza Rice, in cui gli Stati Uniti chiedono per la prima volta un cessate il fuoco a Gaza che sia sì «durevole, sostenibile e non a tempo limitato» (secondo la formula classica di Bush) ma anche urgente. Un piccolo ritocco verbale che potrebbe indicare che Washington è disposta a venire incontro non tanto alle pressioni dell'opinione pubblica mondiale e ai suggerimenti della Segreteria dell'Onu quanto alla missione di tregua intrapresa dall'Europa e condotta con grande energia dal presidente francese Sarkozy.
Ma una cosa sono le tattiche della diplomazia e un'altra le dichiarazioni di intenti. Il passaggio dal «c'è un presidente per volta» all'espressione di una opinione, per quanto scontata nei contenuti, potrebbe confermare le indicazioni circa i principii informatori del presidente eletto: una «filosofia» che si distingue sia dal filone «idealista» della sinistra democratica sia dall'«idealismo intransigente» dei neoconservatori e dell'amministrazione di George W. Bush. Un modello ci sarebbe già: la linea seguita fra il 1988 e il 1992 da George H. Bush il «realista».