Medio Oriente, prove di intesa sull’energia

Nella crisi medio-orientale in cui nulla sembra mai cambiare sono le piccole storie che alle volte contribuiscono a fare la storia. Questa settimana - che ha rappresentato un momento critico per Israele con lo spauracchio che masse di palestinesi disarmati sfondassero la sua frontiera con Gaza, spauracchio cancellato (temporaneamente) da una provvidenziale pioggia - ha visto una serie di importanti avvenimenti, il primo dei quali è stato il discreto allacciamento della rete elettrica palestinese in Cisgiordania con la rete nazionale giordana. Questo avvenimento tecnico con conseguenze economiche immediate (Israele riduce i suoi impegni energetici nei confronti dei palestinesi in Cisgiordania) permette al "governo" del presidente Abu Mazen di annunciare di essersi liberato dalla dipendenza elettrica "sionista". Dietro questo accordo c'è però lo sviluppo dell'influenza giordana sui suoi vecchi territori in Cisgiordania a cui il governo di Amman non ha mai politicamente e sentimentalmente rinunciato, anche se ufficialmente dal 1986 continua a dire di non avere più ambizioni nei confronti dei "fratelli" palestinesi d'oltre giordano.
Sempre in questa settimana, senza fanfare, il gas egiziano del Sinai ha incominciato a fluire in Israele attraverso un gasdotto sottomarino che unisce il Sinai e il porto israeliano di Ashdod.
Per ben cinque anni gli israeliani avevano atteso che il contratto firmato tra Gerusalemme e il Cairo entrasse in vigore triplicando il valore delle esportazioni egiziane in Israele, e stabilendo relazioni basate su forte interesse economico reciproco.
Forse è anche per questo che il capo dei servizi segreti egiziano, il generale Suleyman, che ha tentato molte volte in passato di promuovere un accordo fra Israele e i palestinesi senza mai riuscirci, tornerà la settimana prossima a Gerusalemme e a Gaza.
Suleyman vuole proporre per l'ennesima volta un piano di compromesso. Esso consiste in cinque punti:
A) riduzione della tensione frontaliera;
B) accettazione da parte di Israele e di Hamas di un piano americano, europeo e egiziano di riaprire il valico di frontiera con l'Egitto. Valico che Hamas aveva sfondato un mese fa. Questo valico dovrebbe essere di nuovo controllato da personale europeo;
C) maturazione di un accordo per il rilascio del caporale israeliano, Shalit prigioniero da due anni di Hamas, in cambio di 600 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane;
D) Tahdyeh, parola araba che significa tregua, grazie alla quale Israele si impegnerebbe a sospendere gli attacchi mirati contro Hamas a Gaza, Hamas dal canto suo sospenderebbe il lancio di razzi contro lo Stato ebraico;
E) pubblicazione in Israele di un inchiesta di mercato, secondo la quale ben il 65% di israeliani sarebbe favorevole a contatti diretti fra Israele e Hamas.
A corollario di tutto questo arriva la notizia che negli ultimi tre mesi del 2007 la produttività israeliana ha raggiunto il 5,3%. È evidente che la possibilità di diminuire la tensione con i palestinesi dipende in gran parte dalla possibilità di associarli almeno in Cisgiordania al boom economico israeliano. Il ministro della Difesa Barak ha tenuto nei giorni scorsi varie riunioni con esperti che sono stati unanimi nel dirgli che se si vuole migliorare le condizioni economiche palestinesi in Cisgiordania e aumentare il suo distacco economico e politico da quelli di Gaza occorre togliere gran parte dei posti di blocco.