Mediobanca: Geronzi insiste, la riforma si fa

Nagel e Pagliaro, disponibili alla svolta, ma in tempi e modi da concordare con Bankitalia

da Milano

Non c’è ancora l’accordo, tra i soci e con il management, per il futuro di Mediobanca. Ma da ieri le posizioni degli attori in campo sono più nitide.
Da una parte il presidente del consiglio di sorveglianza, Cesare Geronzi, ha accelerato il percorso che porterà al cambio della governance della banca d’affari, convocando per domani, dopo il direttivo e l’assemblea del Patto dei grandi soci, anche il cds. Un segnale inequivocabile dell’intenzione di andare avanti senza ulteriori esitazioni. E senza tenere conto del malessere dei manager: il presidente del consiglio di gestione Renato Pagliaro e il ceo Alberto Nagel.
Dall’altra i manager stessi restano fermi al «profondo disaccordo» sul cambiamento. Ieri nessun incontro tra Geronzi e Nagel, che pur essendo entrambi presenti in Piazzetta Cuccia non si sono parlati. Anche perché la polarizzazione delle due estreme posizioni, acuitasi nelle ultime ore, ha reso improponibile ogni trattativa. Che peraltro Geronzi non ritiene in alcun modo di dover avviare. Tuttavia, si è appreso che Nagel e Pagliaro, di fronte alla imminente richiesta di modificare l’attuale sistema dualistico, esamineranno a fondo il progetto: ritengono difficile il ritorno al tradizionale cda, ma sono pronti a lavorare nei tempi e nei modi da concordare con la Banca d’Italia.
Fondamentale il ruolo di Unicredit, primo azionista di Mediobanca con l’8,6%. Ieri la banca, attraverso una riunione dei membri dell’esecutivo in un comitato governance, avrebbe formalizzato la posizione che il presidente Dieter Rampl terrà nel patto e nel cds (mentre Alessandro Profumo non interverrà all’appuntamento, essendo impegnato all’assemblea della Hvb a Monaco): nessun cambiamento di governance senza un accordo con i manager. E in ogni caso con la Banca d’Italia. E degli sviluppi sono stati tenuti informati anche Pagliaro e Nagel, ieri in contatto con i vertici di Unicredit.
Stando così le cose nella giornata di oggi si potrebbe muovere qualcosa, anche per evitare che nel patto venga a mancare l’appoggio di Unicredit. Non indispensabile nei numeri né nel direttivo, né nel patto di sindacato (il resto dei soci avrebbe la maggioranza di oltre i due terzi richiesti), ma certamente clamoroso per le conseguenze e gli equilibri di potere della grande finanza. Tecnicamente, l’idea di Geronzi (che avrebbe dalla sua molti dei grandi soci, tra i quali Doris, Fininvest, Ligresti, i francesi, Tronchetti e Pesenti) è quella di proporre all’esame del patto le conclusioni del comitato governance del 15 luglio, che contengono l’indicazione del ritorno al sistema tradizionale, con l’abbandono del dualistico. Una bozza di nuovo statuto dovrebbe essere pronta.
Successivamente il cds dovrebbe deliberare di dare al cdg di Nagel e Pagliaro il mandato di elaborare le sue proposte per arrivare, nel giro di un paio di mesi, alla bozza definitiva del nuovo statuto.
Questo schema permetterebbe di rimandare la chiusura della questione a settembre, avendo i margini per ottenere una soluzione condivisa.
E se Unicredit richiede invece che la condivisione sia preliminare al processo che dovrebbe partire domani, per evitare uno scontro che non ha praticamente precedenti potrebbero rivelarsi decisive le aperture del management e l’appoggio, esterno e silenzioso, di Bankitalia.