Mediobanca: i francesi raddoppiano

C’è un sottile filo che lega il fallito attacco dell’Enel in Francia e il futuro del pezzo più importante del nostro capitalismo: le Generali. Il Giornale per primo è venuto in possesso dell’informazione che vedeva il colosso italiano interessato alle attività della belga Electrabel, controllata a sua volta dalla francese Suez. Martedì i lettori del Giornale hanno letto i piani di Enel e a stretto giro il numero uno dell’ex monopolista, Fulvio Conti, ha confermato le trattative. I francesi hanno alzato le barricate. E l’operazione è sfumata. Forse sarebbe svanita comunque o forse già era andata «in pappa». Certo è che la correttezza informativa di Conti gli ha in un primo momento nuociuto.
Al contrario sarà difficile che oggi venga confermato ciò che nella city milanese tutti temono, e ciò che un’ottima fonte ha confermato al Giornale: il gruppo dei francesi capitanati da Bolloré e Groupama hanno in mano più del 20% di Mediobanca. Rispetto a poco meno del 10% che hanno sindacato con i soci bancari e industriali italiani. In sostanza il famoso gruppo C che fa parte di quel patto di sindacato che in mano ha il 55% della banca milanese, dispone di una quota di capitale molto superiore a quanto pubblicamente dichiarato. Vi sono molti modi per poter avere in mano azioni di un gruppo senza farne pubblicità: spacchettare le quote sotto al 2%; comprare derivati sul modello Ifil-Exor; superare la soglia del 2%, ma non arrivare al 5% che implica nuovi obblighi. Il titolo Mediobanca dal settembre del 2004 ad oggi è passato da 10 euro a 18. Alberto Nagel e Renato Pagliaro, i due manager che hanno preso l’eredità di Vincenzo Maranghi alla guida di Piazzetta Cuccia, dovrebbero essere come Mazinga, per garantire tali performance. Tanto più che la loro partecipazione più importante, il preziosissimo 15% di Generali, non ha fatto, se non nelle ultime settimane, performance simili. Quel che sta succedendo è che da più di un anno, i francesi, o chi per loro, stanno rastrellando titoli di Piazzetta Cuccia. Maranghi lo sapeva bene. «Maranghi - ha detto in una intervista Tarak Ben Ammar, il loro ambasciatore chez-nous - era contrario che Bolloré salisse oltre il 2%. Noi siamo andati avanti a comprare perché volevamo Antoine Bernheim alla presidenza delle Generali». Chiaro? I francesi quando si tratta di difendere i loro, legittimi, interessi non guardano in faccia a nessuno. E procedono.
Insomma oggi Mediobanca e il suo 15% di Generali, presieduta sempre da un super francese come Bernheim, sono più vicine a Parigi che a Roma. Quando un avvocato attento come Guido Rossi propone lo scioglimento d’emblée dei patti di sindacato, sa quello di cui sta parlando. E nella sua proposta, che grazie agli interventi avveduti di Luigi Spaventa e di Piergaetano Marchetti sembra aver sofferto un colpo, si legge più o meno in chiaro il proposito di smontare gli assetti di controllo principalmente di Mediobanca e Intesa, con tutto quello che ne consegue. A ciò si aggiungano, come ha notato in una intervista sul Corriere Economia ieri il presidente della Consob Lamberto Cardia, le nuove norme sul voto segreto in assemblea. Insomma «liberi tutti». Per fare un esempio alla prossima assemblea di Mediobanca, un pacchetto sospetto (di essere vicino a questo o quel socio) segretando il proprio voto non darebbe trasparenza ai giochi in campo. Tecniche che però ci riportano alla questione di fondo. Oggi il controllo della nostra maggiore istituzione finanziaria è sotto scacco. Senza alcun giudizio di valore.
Ecco perché la partita si è nelle ultime settimane spostata dal controllo di Mediobanca a quello diretto e più costoso delle Generali. I francesi hanno comprato Mediobanca perché sapevano che è la porta di ingresso per Generali. Chi volesse invece oggi mantenere le posizioni nelle assicurazioni deve direttamente andare a Trieste. Romain Zaleski è un finanziare avveduto. Un amico di Gianni Bazoli, il numero uno di Banca Intesa, si è sempre detto. E recentemente ha comprato il 2% di Generali. Si dice per rafforzare la presa italiana che passa da Banca Intesa, che ha un grande accordo industriale con Trieste. È senz’altro vero. Ma c’è un’altra faccia della luna. Zaleski fino ad ora ci ha sempre abituato ad entrare in società che stavano per essere scalate. Da chi? Ma dai francesi.