Mediobanca nella morsa Unicredit-Fonsai

Come una palla di neve che rotolando su un crinale diventa una slavina. Allo stesso modo, gli eventi della settimana appena trascorsa possono mettere in discussione gli equilibri ultradecennali che si sono consolidati attorno a Mediobanca, vero kingmaker della finanza italiana. Il problema non risiede nelle responsabilità soggettive e/o oggettive dei manager, a partire dall’ad Alberto Nagel, ma è dovuto alla concomitanza di fattori esterni che ha aggravato alcuni dossier.
L’AUMENTO DI UNICREDIT
Mediobanca è la banca capofila assieme a Merrill Lynch del maxiaumento di capitale da 7,5 miliardi dell’istituto di Piazza Cordusio (al via domani), messo spalle al muro dalla vigilanza europea dell’Eba. Il «nocciolo duro» dell’azionariato di Unicredit si è dichiarato disposto a sottoscrivere fino al 24% delle nuove azioni. E il resto? Sul mercato c’è chi tenta di cavalcare lo scetticismo paventando scenari simili a quelli dell’aumento di Bpm: difficoltà nel collocare le azioni, grosso inoptato, e comparsa di nuovi soci all’ultimo minuto come il finanziere carneade Raffaele Mincione. Anche lì Mediobanca è stata protagonista e proprio in extremis ha evitato di dover tenere in pancia poco meno del 2% dell’istituto di Piazza Meda grazie a Mincione che ha risposto alla «wake up call» di Andrea Bonomi. In Unicredit sarebbe diverso: è il primo azionista di Mediobanca e potrebbe materializzarsi un «Mister X» in grado di influire su quell’8,7% che insedia stabilmente Ghizzoni, Rampl e Palenzona nel cda di Piazzetta Cuccia. E se l’aumento non andasse bene, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Mediobanca e Merrill Lynch si troverebbero col 5% a testa di Unicredit con Piazzetta Cuccia che detiene già un 5,2% ante aumento al servizio dei cashes. Forse è meglio avere in casa Bank of America che «Mister X». Almeno nel breve.
IL CASO FONSAI
Solo un siciliano doc come Enrico Cuccia poteva inventare una storia pirandelliana come quella dell’ingegner Salvatore Ligresti da Paternò. L’autore originale, però, non può scrivere la fine del «romanzo». Magari avrebbe trovato le parole giuste. Il suo successore Alberto Nagel ha cambiato stile di scrittura e ha pensato alla Pianura Padana, alla Unipol, la compagnia delle «coop rosse» per salvare la baracca. Fonsai, che negli anni d’oro, era prodiga di dividendi per i suoi soci e rappresentava uno sbocco alle attività immobiliari dell’ingegnere, ora ha bisogno di capitale per contrastare l’erosione del margine di solvibilità. Mediobanca, inizialmente «accantonata» da Ligresti, ora è tornata alla carica perché ha interessi da difendere, come accaduto con lo standstill siglato assieme a Credit Suisse sul debito di 500 milioni della Fondazione Mps. In questo caso si tratta di 1,05 miliardi di bond subordinati di Fonsai e poi di 400 milioni di finanziamento perpetuo a Unipol. Senza contare che le coop riunite in Finsoe potrebbero entrare direttamente in Premafin e «salvare» così anche 550 milioni di esposizione Unicredit verso tutto l’universo dei Ligresti. Ma è ancora tutto in divenire e con altri potenziali interessati come il fondo Clessidra.
LE CONSEGUENZE
Evitare la caduta di Premafin-Fonsai non è solo un imperativo di natura economica ma anche «politica» perché nella compagnia assicurativa risiede un piccolo patrimonio in grado di scompaginare quegli assetti di cui Mediobanca da sempre è garante. Innanzitutto lo stesso 4% circa di Piazzetta Cuccia, il 5,5% di Rcs e l’1,15% di Generali. Si tratta dei satelliti che muovono attorno a Mediobanca. La riorganizzazione delle gestioni immobiliari del Leone prelude a operazioni che facciano emergere le plusvalenze latenti che finora hanno compresso il margine di solvibilità. Per l’editore del Corriere, invece, l’imperativo è uno solo: ritornare al profitto.