Mediobanca riparte da Generali e Corriere

Nel progetto 2005-2008 si prevede la crescita dell’utile da 540 a 840 milioni

Marcello Zacché

da Milano

L’obiettivo della Mediobanca del «dopo Maranghi», da ieri è realtà. Il ruolo di holding ridotto all’essenziale, Piazzetta Cuccia si riscopre banca d’affari, pura. Certo, quell’essenziale non è poca cosa: sono due partecipazioni che significano il controllo di fatto delle Generali (14,1%) e la posizione di primo azionista (con il 13,5%) nel patto di sindacato di Rcs e quindi del Corriere della Sera.
Ma da ieri, dopo il consiglio d’amministrazione presieduto da Gabriele Galateri che ha approvato il bilancio 2004-2005 e il piano industriale che verrà presentato oggi alla comunità finanziaria, Generali e Rcs sono rimaste sole. Mentre altri pezzi importanti di sistema, quali Fiat (2,1%), Pirelli (4,2%), Telecom (1,1%) e Italmobiliare (5,5%) non saranno più strategici. Lasciano l’«equity investment portfolio» (l’ex storico settore partecipazioni, che vale 3,3 miliardi e presenta plusvalenze per altri 4,1 miliardi) per confluire nel «wholesale banking», cuore dell’attività finanziaria. Il che significa poterle muovere, fare trading, valorizzarle al meglio. Quindi anche venderle, tanto per essere chiari. Fiat compresa.
Un cambiamento di rotta che completa la mutazione genetica avviata quasi tre anni fa da Alberto Nagel e Renato Pagliaro (direttore e condirettore generale) quando, uscito l’ex amministratore delegato Vincenzo Maranghi, assunsero la guida di Mediobanca: due sole quote da non mollare. Il resto è mercato, in un’ottica che Galateri definisce di gruppo bancario diversificato, moderno, che segue logiche di mercato. E un po’ meno la politica. Anche se all’influenza sul primo quotidiano nazionale, per ora, non si rinuncia.
Poi ci sono i numeri. A cominciare dalla remunerazione dei soci: il dividendo proposto dal cda è di 0,48 euro per azione contro 0,40 dell’anno scorso (+20%), in presenza di un utile netto che invece è rimasto in linea con il 2004: 540 milioni contro 536. L’idea era quella di portare il payout (rapporto tra cedola e utile) verso il 70%, e così è stato. I ricavi sono cresciuti del 5%, il margine d’interesse è migliorato del 3,6%. Il piano industriale triennale 2005-2008 presenta obiettivi che incontrano le previsioni degli analisti nella fascia alta: crescita dell'utile netto a 840 milioni, Roe dall’11 al 14%, risultato della gestione ordinaria da 0,7 a 1,2 miliardi, ricavi da 1,1 a 1,7.
Nessun commento dei consiglieri sull’assetto azionario, che resta una possibile incognita, con una parte di quote di Unicredit e Capitalia in attesa di un compratore, e alcuni soci quali Coppola e Zunino che potrebbero ambire a entrare nel cda.