Mediobanca vittima del suo successo

Tre operazioni in fila. come ai bei vecchi tempi, in cui Mediobanca decideva le sorti del nostro, per la verità asfittico, capitalismo. La prima è quella in terra spagnola. Mediobanca insieme a Ubs ha saputo assistere e consigliare con successo la scalata e la vittoria di Fulvio Conti. L’Enel sfila Endesa ai tedeschi di E.On, che nell’ultimo bilancio avevano messo in conto 250 milioni in commissioni e parcelle per portare a termine un’operazione che poi si è dissolta.
La seconda operazione riguarda Alitalia. E ancora una volta Piazzetta Cuccia dice la sua: si posiziona al fianco dei fondi Tpg e della compagnia russa Aeroflot per partecipare alla gara per la salvezza della ex compagnia di bandiera.
Terzo caso, sempre di queste ore. La porta di ingresso per un’eventuale cordata alternativa agli americani per il controllo di Telecom, passa sempre per le stanze di via Filodrammatici. Alberto Nagel, il direttore generale dell’istituto, si è fatto infatti consegnare solo pochi mesi fa da Marco Tronchetti un diritto di prelazione. Che oggi si sta rivelando davvero strategico. Ieri alla presentazione della banca d’affari di Unicredito, il suo numero, Sergio Ermotti (un ex manager di Merrill Lynch) ha maliziosamente descritto la banca fondata da Cuccia come un temibile concorrente, ma solo dalle dimensioni locali. Probabilmente ha ragione. Ma spinge a una riflessione. Mediobanca, oltre alla sua partecipazione strategica in Generali, ha un valore anche per i suoi affari di consulenza, di investimento e di merchant banking. Anzi, in questi ultimi sembra riuscire molto meglio che nella valorizzazione delle proprie partecipazioni. La situazione di pace armata che oggi governa il suo azionariato non potrà durare in eterno. E il suo successo ne accelererà la fine.