MEDIOEVO Un’epoca in lotta con Satana

Uno degli assunti indiscutibili di un certo sentire moderno è la lotta alla superstizione, e la sua scontata sconfitta. «Superstizione», dall’illuminismo in poi, è per molti la religione e in primis il cristianesimo, in quanto religione principe d’Europa. Come scrisse Voltaire nel suo Essai sur les moeurs et l’ésprit des nations, la Chiesa cattolica sarebbe la madre di ogni fanatismo e superstizione. Dunque parte della modernità si concepisce in antitesi - sprezzante e spesso violenta - con il cristianesimo e i suo adepti, ritenuti fanatici e superstiziosi.
Ebbene potrà forse risultare sorprendente, per chi ragioni su questa falsariga, scoprire che proprio la Chiesa ha «inventato» le superstizioni. Si è trattato di una tipica «invenzione» medievale, ovvero del riconoscimento di qualcosa di preesistente a cui si è dato un nome nuovo: in altri termini, non di una pseudorealtà funzionale ai propri scopi, bensì di una ricomprensione della realtà di fronte al mutato contesto religioso e mentale. Ed è stato anche un processo di lunga durata che ha visto cambiamenti e persino mutazioni al proprio interno, perdurando sino a oggi: non solo il Catechismo dedica esplicitamente un paragrafo al tema (n. 2111) ma rappresenta un elemento imprescindibile, potremmo quasi dire ontologico, dell’esistenza stessa della Chiesa su questa terra. Giacché essa da sempre individua e condanna, cercando nel contempo di contrastarla, una forza non originaria e tuttavia potente in azione nel mondo, ovvero quella del Maligno, del Diavolo insomma. Solo per fare un esempio di cronaca: per il secondo anno consecutivo l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e il Gruppo di ricerca e informazione socio-religiosa di Roma hanno organizzato un corso di «Esorcismo e preghiera di liberazione» con oltre 120 iscritti da tutto il mondo, segno del fatto che qualche problema permane.
Ma da quando è, per così dire, cominciato il tutto? Da quando il Nemico per antonomasia (in ebraico «satana» significa appunto «nemico») ha cominciato a trovare pane per i suoi denti, con tanto di preghiere, esorcismi e riti di purificazione? Partendo da premesse lontane da un pregiudiziale accordo con le gerarchie ecclesiastiche, Jean-Claude Schmitt nel suo saggio Medioevo «superstizioso» mostra come la definizione di «superstizione» sia necessaria nel processo storico del costituirsi e dell’affermarsi dell’ecclesia christiana e della cultura occidentale. Esisteva infatti una superstizione antica di cui si fece descrittore Cicerone e i cui praticanti erano «coloro che pregano o sacrificano perché i figli sopravvivano loro». Super-stare, dunque, «stare sopra» nel senso di «sopravvivere». Ma già i romani vedevano nei «superstiziosi» quanti eccedevano nella religione. La superstitio si opponeva dunque in senso dispregiativo alla religio, in quanto cosa eccessiva e superflua.
Questa dicotomia viene ereditata dal cristianesimo, che però rifonda etimologicamente i significati dei due termini: religione non è più ciò che ri-lega (da re-legere) cioè riunisce in maniera formalmente corretta le regole del culto divino, ma è piuttosto ciò che ri-collega (da re-legare), ciò che crea un nuovo legame tra l’uomo e Dio. Il cristianesimo è la nuova e definitiva alleanza, la trasformazione dell’uomo per grazia di Dio. In questo nuovo contesto il filosofo cristiano Lattanzio fornisce tra il III e il IV secolo anche una nuova definizione di «superstizione»: essa è quel che «sopravvive» della vecchia e falsa religione, ovvero il paganesimo.
Lungo tale linea si videro santi vescovi scagliarsi contro il permanere di riti e pratiche pagane, connesse soprattutto con l’idolatria, la negromanzia e la stregoneria in genere. Fu il caso di Martino di Tours (316-397), gran distruttore di idoli e templi pagani nelle Gallie; ma anche di Gregorio Magno, il grande pontefice che visse a cavallo tra il VI e il VII secolo e che però preferì una strada meno aggressiva, più aperta alla gradualità, come scrisse ai missionari inviati in Gran Bretagna: «Distrutti gli idoli, bisogna poi benedire l’acqua, aspergerne i medesimi templi, costruirvi degli altari, collocarvi delle reliquie». Perché «quando si vuol raggiungere la cima di una montagna \, non ci si deve arrampicare direttamente, ma si devono prendere strade tortuose».
Tra XII e XIII secolo l’approccio ecclesiastico mutò, razionalizzandosi ma anche acuendosi in certi suoi aspetti di repressione violenta. Sino a che una nuova era pretese di sostituirsi alla Chiesa in questa lotta contro l’irrazionale, finendo con il ritenere insensata la Chiesa stessa. Ha avuto ragione? A giudicare dallo sterminato sottobosco di maghi e cartomanti che infestano le nostre città, non si direbbe.