«MEDIUM»: SOGNI INQUIETI E RIPETITIVI

Sono arrivati i nuovi episodi della serie Medium (giovedì su Raitre, ore 21) che prende spunto dalla storia vera della sensitiva americana Allison Dubois, i cui poteri vengono ormai da anni sfruttati in sede giudiziaria per risolvere casi particolarmente complicati. Come spesso succede a mano a mano che le stagioni seriali si susseguono, anche Medium fa avvertire più di uno scricchiolio nel dipanarsi delle sue storie, che nella fattispecie soffrono della inevitabile ripetitività di uno schema fisso stancante già nel breve periodo e figuriamoci quindi sulle lunghe distanze: c'è sempre la protagonista (interpretata da Patricia Arquette) che si sveglia nella notte di soprassalto in preda a incubi vaticinanti, a sogni attraverso cui le si parano davanti agli occhi scenari delittuosi terribili, assassini in procinto di compiere i loro misfatti o appena reduci dagli stessi, bimbi in pericolo, cadaveri scomparsi, sparatorie sanguinose. Accanto a lei il marito, una sorta di ameba che sopporta tutto non si sa se per amore o per mancanza di spina dorsale, è costretto a sua volta a interrompere ogni volta il sonno, a sedersi sul letto e a cercare di interpretare quasi sempre inutilmente le visioni spaventevoli della consorte. Invece di chiedersi se per caso i pasti serali della famiglia non siano troppo pesanti, i due riprendono la mattina dopo la stessa solfa di vita in attesa del prossimo incubo: lui cerca di fare in modo che lei non compia troppi danni nell'attività diurna, spesso obnubilata da momenti di trance e di altri sogni a occhi aperti, lei collabora con il procuratore distrettuale interpretato da Miguel Sandovan, che le delega casi scottanti incurante di non fare una gran pubblicità al potere raziocinante e alle doti investigative del proprio ufficio distrettuale. In sostanza, Medium è la risposta irrazionale alla diffusione di tutte quelle serie «scientifiche» che, da C.S.I. in poi, hanno puntato tutte le loro carte sulla cura maniacale dei dettagli, su un approccio ferreo e rigoroso alla scoperta del particolare nascosto in grado di neutralizzare il «delitto perfetto». Qui gli assassini si trovano più o meno gettando i dadi, affidandosi alle visioni della Arquette che è peraltro brava nel rendere, con quella sua espressione eternamente suggestionata, tutto il carico di turbamento psicologico che le deriva dai poteri innati. Le sue capacità interpretative non bastano a salvare una serie che ha spesso il fiato corto e che si arrampica sui vetri nel tentativo di dare un minimo senso logico alle vicende raccontate. Però è altrettanto vero che il pubblico italiano si è sciroppato per anni Rosemary Altea dal pulpito del Costanzo Show, e quindi ai medium in salsa mediatica è già stato vaccinato.