«Megayacht sotto tiro, un clamoroso autogol»

Il senatore Luigi Grillo (Pdl) è il presidente della VIII Commissione (lavori pubblici, trasporti, comunicazioni). Sensibile e attento ai problemi del settore, per tutti è ormai il «paladino della nautica».
Senatore, la caccia ai megayacht ha già fatto danni per un miliardo di euro.
«Ma quale paladino, tento solo di risolvere i problemi. E comunque i dati che avete pubblicato sono veritieri, reali. È stato il più clamoroso degli autogol. Pensi, se la ridono anche in Montenegro. Ora dobbiamo rimediare».
Tremonti come Visco?
«No. Visco esagerava, era diventato il terrore di tutti i contribuenti, non solo degli armatori. Meglio Tremonti, il quale porta a casa risultati. Anche se talvolta esagera anche lui. Ma non glielo dica...».
No. E quindi?
«Bisogna fare un passo indietro per capire meglio come si è arrivati a questa situazione».
Prego. Senza dimenticare il tormentone fiscal-gossiparo di una calda estate.
«Vero, calda in tutti i sensi… Bene, la nautica, agli inizi degli anni Duemila era in forte calo perché il mercato straniero aveva già espresso tutte le potenzialità mentre quello interno non tirava. Il governo Berlusconi 2001-2006 fece tre semplici cose, dando un forte impulso al settore: il leasing nautico italiano, più appetibile di quello francese. La legge sul riordino della nautica - io ero presidente della Commissione e relatore - che introdusse un elemento innovativo, vale a dire il “declassamento” a natanti delle imbarcazioni fino a 10 metri. Fu abolita anche la tassa di stazionamento e sì invertì il rapporto utente-Pubblica amministrazione. Esplose finalmente il mercato interno: più fatturato, più utili, più occupazione. Verso la fine della legislatura, cominciammo a discutere di superyacht e delle attività di noleggio. Poi arrivò Vincenzo Visco...».
Già. Ma poi siete tornati...
«Sulle questioni aperte, Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate stanno dando un’intepretazione burocratica che di fatto, bisogna dirlo, ha finito per creare danni ingenti al settore. Gli yacht se ne vanno. E con loro la ricchezza. È ridicolo, e scorretto, che una barca di 30 metri e oltre, una volta entrata in porto, sia sottoposta agli stessi vincoli di una petroliera. Devo, tuttavia, dare atto al ministro Calderoli di aver dimostrato temperamento e intelligenza, inserendo nel ddl sulla semplificazione delle procedure esistenti una norma interpretativa che chiarisce l’attività di noleggio».
Vero, ma intanto la fuga è inarrestabile.
«Dobbiamo assolutamente sanare questa situazione. Non certo per favorire elusione ed evasione. Bisogna riportare in Italia l’attività di noleggio che dà lavoro e ricchezza. Il Senato tornerà a occuparsi della questione in settembre. La commissione che io presiedo ha già dato parere favorevole. Anche il relatore della commissione Affari costituzionali, senatore Andrea Pastore, è convinto della bontà della norma. Credo che non ci saranno sorprese. Mi piacerebbe annunciare, magari al Salone Nautico di Genova: habemus legem».
Ma senatore, le buone notizie si danno all’inizio di un’intervista... Che cos’è, pura scaramanzia?
«Ha ragione, ma non è scaramanzia. Dovevo spiegare... Anzi, aggiungo che in questo Paese sta accadendo una cosa poco simpatica a livello parlamentare: si approvano decreti omnibus che riguardano fisco, trasporti, ambiente. Così la competenza va agli Affari costituzionali o al Bilancio. Che non s’intendono di cose marittime, né di yacht».
Sia sincero, lei è ottimista?
«Sono assolutamente fiducioso. L’interpretazione burocratica e “notarile” di norme poco chiare ha creato molti danni al settore, che è il fiore all’occhiello del nostro sistema produttivo. Questo settore ha diritto di essere trattato meglio. E il governo sta procedendo su questa linea».
Gli imprenditori, però, sono come San Tommaso.
«Io rimango dell’avviso che il settore nautico abbia un vantaggio sulla concorrenza straniera: abbiamo know how, design, cantieri specializzati e manodopera qualificata. Semmai il problema è un altro. Mentre in Francia esiste un posto barca ogni due natanti e in Spagna un posto ogni tre, in Italia ne abbiamo uno ogni sei. Sappiamo che non possiamo aggredire le coste, ma dobbiamo imporre alle regioni - la Liguria lo ha gia fatto, la Campania, paradossalmente, pure - di approvare un piano regionale della costa, cioè individuare attraverso scelte di pianificazione i luoghi dove si possano creare ormeggi, attracchi e posti barca. In virtù di una norma che io ho fatto approvare nel 2002, i nuovi porti turistici rientrano nelle opere strategiche. Intendo dire che si possono adottare le procedure accelerate. Questo pochi lo sanno. Terzo, i porticcioli turistici, per essere realizzati, non hanno bisogno di contributi statali, regionali o comunali. Al contrario vanno in autofinanziamento grazie alla mia legge, la “166” del 2003. Solo così possiamo superare il gap che ci separa da Francia e Spagna».