«Meglio aiutare i piccoli nella loro terra»

Quest'estate il Comune di Celle Ligure ha deciso di accogliere, per una settimana, 10 bambini che vivono nella parte nord occidentale del deserto sahariano. Mi chiedo quali possano essere le riflessioni che hanno portato gli amministratori a tali iniziative.
Le domande che sono emerse in me, su questa iniziativa, sono state: quale significato profondo daranno, questi bambini, a questa esperienza? Quali reazioni psicologiche tale esperienza potrà innescare in loro? Cosa penseranno del mondo «occidentale»? Alla luce di quanto avranno visto, con quali occhi rivedranno il loro mondo e come vi si sentiranno? Potranno continuare ad amare la loro terra e il loro mondo, e riuscirà, questo, a «reggere il confronto» con «l'altro»? Cosa impedirà, loro, di vivere nel rimpianto di quel mondo «magico» in cui tutto abbonda, (primo fra tutto l'acqua), dove il clima è favorevole, dove è stata loro mostrata una vita (artificiosamente) facile, dove tutti, per l'occasione, sono apparsi buoni, generosi e disponibili? Non potrà esserci il rischio (percependo l'abisso tra le due realtà, contrapponendo i nostri privilegi alle loro privazioni), che anche in questa occasione attecchisca il seme della diversità, nucleo dello «scontro di civiltà»? Quale senso avrà avuto far loro «assaggiare», e soltanto assaggiare per pochi giorni, i privilegi della nostra civiltà (coi suoi gelati, la sua nutella, le sue interminabili docce), per ributtarli, subito dopo, là, dove l'acqua non è altro che un miraggio? Come ci sentiremmo noi, nei panni di questi bambini in una situazione analoga?
Non è, tutto ciò, un po' crudele?
E, dalla nostra posizione, noi, cosa avremo dimostrato? Di essere buoni, generosi, con l'attitudine all'altruismo? Sarà stato anche per l'esigenza che i nostri bambini potessero fare del «tirocinio» sul campo? Avrei voluto che sul piatto della bilancia fossero state messe, preventivamente, tutte queste domande e le relative risposte.
Credo che la bilancia avrebbe iniziato a pendere decisamente verso una direzione di maggiore rispetto per noi e per loro. Infatti: valutati i costi psicologici di adattamento nel nostro paese e di riadattamento nelle terre di origine, deciso che possiamo fare a meno delle nostre esigenze puerili: che non abbiamo bisogno di miopi autogratificazioni (di buonismo, di dimostrare che qui ci vogliamo tutti bene), si sarebbe dovuto riflettere che per questo breve e (per ogni bambino) unico soggiorno, il viaggio aereo e tutta l'organizzazione si sarebbero dovute senz'altro impegnare importanti risorse.
Con lo stesso impegno economico si sarebbe potuto progettare qualcosa che realmente, permanentemente e concretamente potesse aiutare e migliorare la qualità della vita di questi bambini e delle loro famiglie, (pozzi d'acqua, scuole, aiuti a frequentare scuole, aiuti sanitari, ecc.). Questo avrebbe significato portare aiuti, rispettando le persone.
Consigliere comunale
gruppo consiliare «Celle è Tua»