È meglio avanzare a piccoli passi verso Montecitorio

Paolo Armaroli

Nella patria di Pirandello i paradossi sono all'ordine del giorno. Emblematico è il caso delle leggi elettorali per la Camera e il Senato, guardate un giorno sì e l'altro pure per dritto e per rovescio. Orbene, più se ne parla e meno se ne discute. Se ne parla un po' dappertutto, sicuro. Ma non se ne discute abbastanza nelle sedi istituzionali. L'ultima seduta che la commissione Affari costituzionali di Montecitorio ha dedicato al tema risale al 6 luglio. Mentre il 28 e 29 luglio, benché fosse in calendario, l'argomento non è stato trattato. Non basta. Dal 3 marzo a tutt'oggi la predetta commissione si è riunita ad hoc solo una dozzina di volte. Ma tanto è bastato al presidente Donato Bruno per presentare un testo unificato che, a questi chiari di luna, è sempre meglio di un papocchio.
Alla politica dei piccoli passi perseguita saggiamente in commissione si contrappone il cicaleccio su una presunta Grande riforma elettorale salvifica. Che per ora sta però appesa a mezz'aria come un caciocavallo. Tutto questo grazie soprattutto al segretario dell'Udc Marco Follini, che una ne fa e cento ne pensa.
E che mai ti pensa? Al ritorno della proporzionale. Non già, ci mancherebbe, nei termini da noi sperimentati dal 1948 al 1993 e della quale ben pochi nutrono nostalgia. Ma una proporzionale riveduta e corretta. Per dirla con Ettore Petrolini, «più bella e più grande che pria».
Fatto sta che finora né il fosforescente Follini né i suoi molteplici interlocutori non si sono sbilanciati più di tanto. Una colpa imperdonabile. Perché già una trentina d'anni fa Domenico Fisichella contava ben trecento tipi di proporzionale. E allora, come la mettiamo? Qualcosa, per il vero, la si è detta. Ma, ecco, senza troppa convinzione. Così si è evocato il sistema tedesco. Che però, guarda caso, di per sé non produce né pochi partiti né stabilità ministeriale. Si è avanzata l'idea di applicare alle elezioni politiche il sistema vigente per le elezioni provinciali. Si è ventilata una proporzionale con premio di maggioranza e clausola di sbarramento. Fermo restando il bipolarismo, si capisce. Con il rischio, però, di fare le nozze con i fichi secchi.
E poi vanno fatti i conti con una opposizione secondo la quale - come ha ribadito da ultimo Violante in una intervista rilasciata all'Unità del 2 agosto - non si possono varare riforme elettorali quando una legislatura è agli sgoccioli. Una opinione smentita da un secolo e mezzo di storia patria. Ecco una istruttiva consecutio temporum tra riforme elettorali ed elezioni politiche. Legge 20 novembre 1859, elezioni del 25 marzo 1960. Leggi 22 gennaio e 7 maggio 1882, elezioni del 29 ottobre dello stesso anno. Legge 28 giugno 1892, elezioni del 6 novembre 1892. Legge 30 giugno 1912, elezioni del 26 ottobre 1913. Legge 15 agosto 1919, elezioni del 16 novembre successivo. Legge 18 novembre 1923, elezioni del 6 aprile 1924. Legge elettorale 31 marzo 1953, elezioni del 7 giugno successivo. Leggi 4 agosto 1993, elezioni del 13 maggio 1994.
Digiuna di storia patria, l'opposizione dunque non sa quel che dice. D'altronde la maggioranza, a cominciare dall'Udc, non si è ancora schiarita le idee. E allora ben venga una politica dei piccoli passi come quella del citato testo unificato di Bruno. Perché cancella uno scorporo che le liste civetta hanno spazzato via e razionalizza il procedimento elettorale in guisa tale da dargli maggiore trasparenza e scongiurare il pericolo di schede nulle in gran quantità. Comunque sia, il 26 settembre la riforma approda nell'aula di Montecitorio. E quello sarà il momento della verità.
paoloarmaroli@tin.it