È meglio di certa sintassi, il rischio è che diventi moda

’O sole mio non è un’invocazione. La «o» sta per l’articolo «il», trattasi di dialetto napoletano, ’o mare, ’o sole, ’o Vesuvie.
O mia bela madunina invece, quella sì che è una sorta di invocazione quasi una forma di preghierina cantata, meglio sarebbe scrivere «oh», ma è un dettaglio. Questo significa che il dialetto ha già dato nella storia della nostra musica, roba importante, esportata in tutto il mondo, cantata a Mosca e a New York. Al festival di Napoli si esibirono anche la Vanoni (vincitrice con Modugno) e Dorelli, la Zanicchi e i Giganti, l’Equipe 84 e Lara Saint Paul, non proprio figli del golfo ma tutti disponibili e disposti a cantare in lingua napoletana. A Sanremo anche Pitney e Armstrong, Wilson Pickett e Timi Yuro, senza parenti toscani. Si potrebbe dire di Lucio Dalla che scrive e canta Caruso o di Fabrizio De Andrè con la sua dolcissima Crêuza de mä e mille altre melodie non in stretta lingua risciacquata nell’Arno. Sanremo terra di tutti e di nessuno, allora, palcoscenico aperto all’artista e alla sua interpretazione, prescindendo dall’accento, dalla pronunzia, dalla lingua madre. Qualcuno ricorda e può ripetere a memoria le parole di Sincerità cantata da Arisa e vincitrice dell’ultima edizione del festival? Conta la musica oppure hanno prevalenza le parole? Il testo batte la melodia? Chi conosce esattamente il significato e le parole di My Way di Frank Sinatra? O chi sa spiegare lo slang di alcune canzoni dei Beatles? E perché chiamarlo festival, secondo l’origine dal latino medievale, poi mutuata dall’inglese, cambiando ogni tanto l’accento, fèstival, festivàl, piuttosto che festa e basta, sempre meglio del «Musicone» come suggeriva, in modo azzardato, Panzini? Ora si canti pure in dialetto purché non diventi la solita moda nostrana, l’onda della riviera, mettete dei fiori nei vostri cannoni, chi non lavora non fa l’amore, poi l’omosessualità, poi il disagio sociale, quindi l’insania mentale, tutto rinchiuso, frullato e presentato con un lessico a volte bizzarro, anche sgrammaticato.
Ecco il punto: rispettare almeno la sintassi e la grammatica, possono essere accettate e tollerate provocazioni come «ho rimasto solo» ma che ne dite di questi esempi di italiano? «...ma non vorrei che tu a mezzanotte e tre stai già pensando a un altro uomo...» (Celentano); «...che me ne importa a me...» (Modugno), e ancora «...sopra uno scoglio che ci si può tuffare...» (Concato) oppure «e in quanto a te solo che se ti vedessi sarei più stronzo di ciò che ti aspettassi...» (Tiziano Ferro) e, per finire, Simone Tomassini che a Sanremo, nel 2004, canta così: «è strano ma adesso che ti vedo riprovo ancora le stesse emozioni di allora è come se rivivo per un attimo gli stessi giorni...», a conferma della tesi di Sandro Ciotti, il quale denunciava ogni anno come il club del congiuntivo registrasse sempre meno iscritti. Doppiato il capo della grammatica italiana, preferite questa sintassi al dialetto duro e puro? Avanti, dunque ma con giudizio, senza strafare.
Purtroppo vedo come nelle ultime ore si siano aperte le porte e stia entrando di tutto; non c’è cantante, gruppo, autore, maestro d’orchestra che non abbia pronto un pezzo in sardo logudorese, barese, salentino, friulano, bolognese, valdostano, irpino, calabrolucano, tenuti in cantina, prigionieri di questo regime repressivo, finalmente esposti alla luce dei riflettori di Sanremo, perché gli ascolti crescano, i televoti anche. Senza capire che non è il dialetto a rendere bella una canzone ma tutto il resto, cantante compreso. A primavera tutti all’Ariston o all’Aristòn, con i sottotitoli e la pagina 777 del televideo a spiegarci quello che non capiremo. Viva l’Italia, isole comprese.