«Ma è meglio farle studiare nei loro Paesi»

«Non si possono riempire i conventi facendo reclutamenti in massa all’estero». All’Istituto romano delle Suore francescane missionarie chi si occupa della formazione delle novizie non è sorpresa delle dichiarazioni di mons. Job al Sinodo sui rischi delle giovani immigrate che vengono in Italia per diventare suore. Anzi, hanno le idee ben chiare sul fatto che il Paese d’origine è il luogo migliore per un percorso formativo religioso.
È vero che ci sono difficoltà per le giovani immigrate?
«Prima di portarle in Italia è necessario un periodo di discernimento sulla vocazione e questo non può che essere fatto in loco. È chiaro che queste ragazze vanno aiutate nel capire la loro vocazione, perché non si prendano degli abbagli quando vengono in Italia».
E dopo quanto arrivano in Italia?
«Dipende. Dopo qualche anno almeno. E comunque quando si può noi cerchiamo di fare formazione in loco. Certo, ci sono situazioni di emergenza in cui questo non è possibile. Ad esempio il nostro istituto in Medio Oriente spesso viene bombardato. È ovvio che non possiamo lasciare lì le nostre novizie. C’è poi stato il caso di una ragazza del Ghana che voleva diventare suora francescana, ma noi non abbiamo istituti nel Ghana. Anche in quel caso, prima di portarla in Italia abbiamo mandato due nostre delegate sul posto e non l’abbiamo messa subito su un aereo per Roma».
Avete mai avuto casi di abbandono?
«Sì, certo, spesso eravamo noi stesse a consigliare alla giovane di intraprendere un’altra strada. Ma casi di ragazze abbandonate o addirittura avvicinate dalla prostituzione non ne ho mai sentiti in 18 anni che mi occupo di novizie».