"Meglio un premier gay che leghista"

I finiani preferiscono l’orgoglio omosessuale
agli alleati del Carroccio. <strong><a href="/interni/la_politica_cachemire_fighetti_gianfranco/14-04-2010/articolo-id=437319-page=0-comments=1">La politica dei &quot;fighetti&quot; di Fini</a></strong>. Ronchi: <strong><a href="/interni/dopo_berlusconi_ce_solo_nome_fini/14-04-2010/articolo-id=437327-page=0-comments=1">&quot;Dopo Berlusconi solo Fini&quot;</a></strong>

Roma - Che la destra non sia più la vecchia destra lo dimostra ancora una volta il finiano vicepresidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino. Il quale, punzecchiato da Klaus Davi, in un’intervista ha sentenziato che per lui non ci sarebbe alcun problema se un futuro presidente del Consiglio fosse gay: «Sì a un premier omosessuale se eletto dagli italiani perché sono contrario a qualsiasi forma di discriminazione e se venisse eletto dal popolo avrebbe tutto il diritto di governare il Paese».

Il dna degli ex Msi ed ex An è mutato e sembra lontano mille miglia dall’antico fastidio per i femminielli tradotto nell’uscita di «epurator» Storace che, in una celebre rissa alla Camera nel 1994, gridò: «Quella checca di Paissan mi ha graffiato con le sue unghie laccate di rosso ma io non l’ho toccato: sfido chiunque a trovare le sue impronte sul mio culo...». Avversione parafrasata anche dal collega di partito Stefano Morselli che, nella stessa circostanza, aggiunse ruvido: «Paissan, pederasta, fai bene a farti scortare!». Lontanissimo anche dal Gianfranco Fini del 1998 che dal palco del Maurizio Costanzo Show ammise candido: «Lo so, ora l’intellighenzia mi farà a fettine, ma io la penso così: un maestro elementare dichiaratamente omosessuale non può insegnare». Ma poi, dal leader in persona, arrivarono le correzioni di rotta: «Ho detto solo che ostentare comportamenti gay può dar fastidio» (2005), «Sono disposto a discutere sul tema del riconoscimento dei diritti alle coppie di fatto» (2006), «Non mi permetterei mai di dire che l’omosessuale è un diverso» (2007), fino all’ufficiale faccia a faccia a Montecitorio tra il presidente della Camera e le varie associazioni omosessuali accompagnate dall’onorevole piddina Paola Concia (Arcigay, Agedo, Famiglie arcobaleno e GayLib).

Ai reduci della Fiamma, quindi, non turba più il «mondo del vizietto» ma il «celodurismo» di Alberto da Giussano. «Favorevole a un premier gay ma non a uno leghista - ha infatti sentenziato tranchant Bocchino -. Come ho più volte detto, il presidente del Consiglio non può rappresentare solo un’area del Paese e un leghista a capo del governo è improbabile per una ragione di “limite territoriale” che la Lega ha: non può governare un intero Paese chi ne rappresenta solo una parte». L’uscita di Bocchino non è andata giù agli alleati del Carroccio che, attraverso il responsabile giustizia Matteo Brigandì, hanno risposto con sarcasmo: «Forse rivendica il posto di premier per sé». La frase contestata invece è musica per le orecchie del presidente onorario di Arcigay, Franco Grillini: «Non possiamo che essere d’accordo perché un gay governerebbe nell’interesse di tutti mentre un leghista spaccherebbe l’Italia in due».

Insomma, la nuova destra dimostra che salirebbe più volentieri sul carro di un gay pride piuttosto che sul Carroccio. Anche perché, parole di Bocchino: «La Lega non può essere il partito traino della coalizione, rappresenta un terzo del territorio e ha problemi di credibilità internazionale, tipici di tutti i partiti politici limitati in una parte di territorio e identitari. Un partito che fa leva inevitabilmente sull’egoismo».