Meglio senza punte che con tre

I giallorossi senza punte, ma ispirati da Mancini, mettono in crisi la difesa interista. Lo stopper pareggia e blocca a 11 le vittorie di Spalletti

Riccardo Signori da Roma Big Ben Materazzi ha detto stop. La Roma ha concluso la sua straordinaria corsa da record davanti alla testa dura del giocatore «odi et amo» del popolo nerazzurro. A Roma è pareggio, che per l’Inter somiglia tanto a una sconfitta. Per la Roma è pareggio che vale ancora una vittoria. Spalletti non aveva punte ed ha rimediato con i suoi brasiliani piedi d’oro. Mancini ne aveva tre, ma insieme ne hanno fatto una. La difesa nerazzurra ha giocato i soliti scherzi di carnevale alla gente sua. Quella romanista si è appisolata solo a un minuto dalla fine. Due facce della partita che fanno cronaca e classifica. Eppoi c’è Mancini e Mancini. Quello della Roma che ha sempre cercato la fuga per la vittoria. Quello dell’Inter che ha smarrito una squadra e non la trova più. O forse non si ritrova più ( vedi le scelte iniziali).
Non occorre avere un centravanti con tanto di marchio doc per mandare in barca una difesa: basta saper giocare veloci e precisi e trovarsi davanti difensori con il vezzo dell’harakiri. E così è stato, dopo nove minuti, quando la Roma brasiliana ( Mancini fa tutto e serve Taddei libero e bello per concludere) ha messo alla berlina l’Inter argentina, ma soprattutto quella italiana impersonificata da Materazzi e Toldo: svagato e indeciso l’uno, sfarfalleggiante l’altro. La partecipazione straordinaria di Wome, dimentico di tener occhio sulla sua zona d’appartenenza (dove stava Taddei) ha completato il pasticciaccio che ha messo subito l’Inter nei guai e mandato alle stelle er core de Roma. Vantaggio che la Roma ha dimostrato di meritare per tutto il primo tempo, eccezion fatta per gli ultimi dieci minuti quando l’Inter innervata dall’ingresso di Figo (Kily è uscito con la faccia scura, forse per la figuraccia che stava rimediando) ha cominciato a essere più concreta e preoccupante in attacco: una combinazione Cruz-Cambiasso, che ha concluso in semirovesciata, ha costretto Doni alla parata più difficile.
Serata dolce per Roma e la sua gente. Prima di cominciare una brutta notizia: Montella ha alzato bandiera bianca per il mal di schiena che non lo molla più. Quindi Roma senza attaccanti di ruolo e con Mancini appostato più avanti degli altri. Ma appena partiti riecco la squadra bum-bum tutto ritmo e senza paura. Quasi da non credere pensando alle mollezze romaniste di novembre e dicembre. La marcia da record è stata additivo miracoloso. Tutto il contrario dell’Inter che sembra invece stregata. Mancini s’è voluto affidare a Wome e Kily, ma non ci ha preso. Ha chiesto un po’ di concretezza a Recoba, ma il Chino è stato il solito genio ad intermittenza, andatura da moviola.
L’Inter è andata in affanno difensivo (Toldo insicuro anche su una punizione di Taddei e, dicono le statistiche, ha subito gol nel periodo (tra il quinto minuto e il decimo) dove è solita essere più penetrabile. Il centrocampo ha impiegato quasi un tempo per controbattere al gioco romanista costruito sulla velocità di fascia e sostenuto dalla prepotenza fisica di Perrotta e De Rossi. Niente di speciale, ma tanto è bastato. I facili adulatori di Pizarro saranno rimasti a lingua asciutta e soltanto quando Cambiasso e Stankovic hanno cominciato a carburare, l’Inter ha ritrovato miglior faccia. Ma, poi, i risvegli romanisti d’inizio ripresa sono stati più preoccupanti del fumo interista: se Stankovic ha provato il tiro da fuori, Mancini ha sfiorato il raddoppio (servito da Taddei). E se il gioco d’attacco nerazzurro ha cercato spesso Cruz, che quasi mai ha sprecato palla, quello romanista è stato cinico, ma non baro, sapendo sfruttare gli svarioni avversari.
Il centrocampo dell’Inter ha sofferto troppo e proposto poco e Mancini ha cercato l’estremo rifugio in Martins mettendo fuori proprio Cruz. Recoba ha continuato a sparar palloni. Storie, sapori e dolori interisti già visti migliaia di volte. Il gioco spigoloso, in cui Materazzi è stato il solito dominatore falloso, ha accompagnato la partita verso il finale. Mancini ha continuato a cercare il gol, Stankovic non si è mai arreso. L’Inter ha premuto senza grande sostanza. E Doni ha annullato una sventola di Wome, prima di inchinarsi alla testa dura di Materazzi. Il corazziere dal cuor scontento, dopo avere sventato un paio di situazioni da far venire l’angoscia all’Inter, ha deciso di completare l’opera spuntando in area sull’ultimo cross utile di Figo. Non avrà salvato il campionato, ma almeno la faccia della sua squadra.