MEGLIO SOLI...

Casini se ne va e torna ad attaccare il Cavaliere

L’anno scorso, in una intervista senza rete a Pietrangelo Buttafuoco, Gianfranco Fini si concesse una formidabile battuta autoironica: «Quest’anno ho realizzato il mio... Ventennale». Alludeva a una delle carriere più lunghe tra i leader della politica italiana. Anzi, la più lunga (a parte quella di Marco Pannella, leader di un partito «non tradizionale») visto che nel 1987 Fini era già segretario del Msi, e che solo un anno dopo era l’unico a tornare rocambolescamente in sella dopo una sconfitta (quella che aveva portato alla segreteria di Rauti).
Insomma, ieri, a Roma, insieme alla storia del Msi prima e di An poi, arrivava a compimento un cammino lunghissimo, una «traversata del deserto» che passa in mezzo a tre repubbliche, alla bufera degli anni di piombo, a un paio di esistenze. Che Gianfranco Fini fosse già negli anni Settanta un leader predestinato a diventare «post» è una cosa che si capisce con un solo colpo d’occhio alle sue biografie e al suo album fotografico. Quando il Msi si percepiva come un ghetto, una «comunità di stranieri in Patria», Gianfranco era già un «diverso». Uno che raccontava di essere entrato nel Msi nel 1968 perché gli avevano impedito di vedere Berretti verdi di John Wayne (con un rito di iniziazione che meno ideologico non poteva essere). Uno che nel 1975 i camerati più scalmanati volevano picchiare perché rifiutava la logica della rappresaglia dopo l’omicidio di Mikis Mantakas. Uno che nel 1978 viene ferito da una lacrimogeno nella battaglia metropolitana contro la polizia ad Acca Larentia, ma che a quell’appuntamento ci andava con un inconfondibile (e molto anomalo, in quello che allora si chiamava l’Ambiente) impermeabile bianco, immortalato dalle istantanee d’epoca.
Gianfranco Fini, lo ha ricordato Teodoro Buontempo, era diverso anche perché appariva diverso da tutti gli altri. Persino con qualche elemento di «auto-mitografia», come una valigetta ventiquattrore che si portava dietro e che a vent’anni faceva molta scena. «Mi chiedevo sempre cosa cavolo ci tenesse dentro - ricorda Buontempo - poi una volta che ci vidi dentro scoprii che non c’era nulla, solo una penna e un foglio». Fantastico. Donna Assunta, del resto, ha raccontato mille volte che suo marito Giorgio Almirante, oltre che per la sua penna felicissima (il giovane Fini nel Fdg scriveva un paio di giornaletti praticamente da solo) scelse quel giovane «spilungone» proprio per la sua vocazione alla leadership istituzionale (manifestata in un partito che viveva pur sempre fuori dall’arco parlamentare). Aggiungeva - donna Assunta - che la traversata iniziata a Fiuggi non era altro che la naturale prosecuzione della «Costituente di destra» tentata da suo marito a metà degli anni Settanta. Ma se questa impronta è certa, non c’è dubbio che senza Fini il Msi non sarebbe cambiato. Il lungo viaggio del leader e la mutazione genetica della Fiamma inizia nel 1992 con l’invenzione del «partito del piccone», presidenzialista e cossighiano (che seppellisce la svolta a sinistra rautiana). E comincia a farsi irreversibile con la famosa (ed allora scandalosa) stretta di mano con Silvio Berlusconi subito dopo lo storico appello al voto dell’allora presidente di Mediaset nel supermercato di Casalecchio del Reno («Se fossi a Roma - disse il Cavaliere - voterei Fini»): nacque lì il Polo delle libertà, anche grazie alle intuizioni dello stratega finiano Pinuccio Tatarella. Dopodiché, con una incredibile capacità di alternare pause e fughe, con una incredibile quantità di strappi e recuperi, il cammino di Fini è stata una lunga rincorsa verso qualcosa di nuovo e diverso da quel che c’era scritto nel suo Dna. Il primo tentativo di forzare la storia della destra tradizionale fu l’invenzione dell’«elefantino» e non ebbe fortuna nelle urne. L’alleanza con Mario Segni che avrebbe dovuto avvicinare An alla famiglia pachidermica dei conservatori americani, infatti, produsse nel 1999 un calo di voti. Poi fu la volta della «coccinella», simbolo «parallelo» inaugurato alla conferenza di Verona per costituire una nuova identità più liberal, meno ideologica.
E poi venne l’anno dei tre grandi strappi: quello sul diritto di voto agli immigrati, quello del sì ai referendum sulla procreazione e quello della visita in Israele, con le famose dichiarazioni sul «male assoluto» che chiusero dolorosamente (ma definitivamente) ogni legame di continuità con la memoria di Salò («Chi esce dalla casa del padre...»). Iniziò proprio lì lo strappo con Francesco Storace, la seconda scissione subita, quella della Destra del 2007, dopo quella della Fiamma del 1996. Ogni dieci anni un colpo di acceleratore e un addio, e intanto nel 2001 Fini diventava vicepremier e ministro degli Esteri, allargando sulla dimensione mondiale il suo raggio di azione. Chi scrive si ritrovò a raccontare, con una punta di stupore, un incontro con José Maria Aznar nella sede della sua fondazione di Madrid: «Ciao Gianfranco!», gridò in italiano l’ex premier iberico, battendogli una pacca sulla spalla. Una pacca che segna un passaggio di epoca, ora che Fini entra nella famiglia del Ppe, scioglie An, consuma l’ultimo irreversibile strappo con la storia del suo mondo. Oggi è un leader che ha mezzo secolo di vita, 35 anni di militanza alle spalle, una figlia di vent’anni e una appena nata. Uno che può spiazzare tutti raccontando che nel 1968 ascoltava Joan Baez e si faceva crescere i capelli lunghi. E che per i parametri gerontocratici della politica italiana è quasi «un ragazzino».
Luca Telese