«Meglio il voto che ostaggi dei finiani»

La tentazione è chiamarla almeno una volta signora Alemanno, solo per vedere l’effetto che fa. Un sorriso, uno sguardo, un’occhiataccia del tipo «provaci e ti pietrifico» ti fanno capire che davvero non è il caso. E poi sarebbe una cantonata. Isabella Rauti non è la first lady di Roma. Troppo riduttivo. Il luogo dell’appuntamento lo ha scelto lei, piazza di Pietra, dove un tempo c’era la redazione di questo giornale. L’idea è cercare di capire quello che sta accadendo a destra, con una donna che è al crocevia di tante correnti culturali. È cresciuta nel Msi. Non ha mai considerato An un approdo scontato. È una outsider nel Pdl. Ha visto alcuni vecchi amici seguire ancora una volta Fini e forse si è chiesta quante scissioni dovrà ancora vedere nella sua vita. Ma soprattutto è convinta che da destra si può riscrivere il welfare ormai logoro che il Novecento ci ha lasciato in eredità. È la sua battaglia. La prima mossa la fa da consigliere regionale. È la proposta di legge sul quoziente sociale e familiare nel Lazio. È un tema di cui si parla tanto a livello nazionale: come aiutare le famiglie in difficoltà? Se questa idea passa, il Lazio si trova in prima fila nell’applicare il nuovo welfare, quello che non ha più l’ambizione di proteggere tutti, quello assistenziale che piace ai furbi, ma pensa a creare un paracadute economico a chi sta davvero in difficoltà. È quello di cui gli intellettuali di Fini parlano quando si sentono equi e solidali. Poi se ne dimenticano.
Fini sarà mai un’alternativa a Berlusconi?
«Per noi non è in discussione la leadership di Berlusconi. Anche perché Fini è uscito dal Pdl che aveva contribuito a fondare».
Mai avuto la tentazione di seguirlo?
«No, ma alcune critiche sono legittime. Quello che fa male è vedere tante persone con cui hai diviso la vita politica stare da un’altra parte. Oltretutto questo è avvenuto dopo un anno dalla nascita, condivisa, del Pdl».
Il partito è da rottamare?
«No, assolutamente no. È da organizzare e rilanciare. Stiamo inaugurando la fase precongressuale e stabilendo i criteri di elezione e selezione dei dirigenti. Nella nuova struttura non si guarderà più alla provenienza né alle quote, ma a quanto vali e a quello che fai per il partito».
Siamo all’ultimo atto?
«Di cosa?».
Di questo governo, di questa maggioranza.
«No. Questa maggioranza dovrebbe arrivare, come da mandato elettorale, alla fine della legislatura. E penso che neppure al Fli convenga affrontare le elezioni».
E allora cosa succederà a Perugia?
«Non mi aspetto il game over. Mi auguro che Fini rilanci il patto di legislatura».
L’impressione è che si stia giocando una partita a tennis da fondocampo. Né Fini né Berlusconi scendono a rete per chiudere i giochi. A chi spetta l’ultima parola?
«L’ultima parola è stata già scritta dagli elettori. Se, però, dobbiamo assistere al logoramento quotidiano e scivolare nell’immobilità parlamentare andare a nuove elezioni diventa necessario».
Ammesso che la maggioranza possa decidere. C’è il fantasma del governo tecnico...
«No, ribadisco, a quel punto è necessario tornare al voto. Ogni altra soluzione artificiosa e da “gioco di palazzo” non terrebbe conto della volontà popolare e rischia di creare il paradosso che chi ha perso le elezioni si metta, a metà legislatura, a governare».