MEHDI BEN BARKA Vedi Parigi e poi muori

Ottobre 1965, il leader marocchino, vicino a Fidel Castro e De Gaulle, sale su un’auto della polizia. E sparisce per sempre

nostro inviato a Parigi
Accadde tutto più o meno quarant’anni fa, in quest’angolo di Parigi che allora come oggi mischiava moda e opulenza, intellettuali e buona cucina, turismo e tradizione. Lì dove c’era l’appena inaugurato Drugstore cittadino, tabacchi e giornali, ristorante e libreria, bar e sala cinematografica, adesso c’è una boutique Armani, ma per il resto è cambiato poco: l’inamovibile Lipp è stata acquistata da un uomo d’affari serbo, ma continua a essere il simbolo delle brasseries, di fronte, altrettanto inamovibili, spiccano il Flore e i Deux Magots, sono scomparsi l’hotel Tarenne e la libreria La Pochade e, insomma, c’è qualche vetrina di moda in più, qualche negozio di libri in meno, ma per il resto è ancora come allora.
Il quarantacinquenne leader politico marocchino in esilio arrivò a Saint-Gérmain-des-Prés in taxi dagli Champs Elysées, una mattina di ottobre, tempo bello, ideale per una passeggiata. Lo attendevano a colazione proprio da Lipp, ma era in leggero anticipo e così con il giovane studente Thami el-Arermouri che lo accompagnava si attardò per rue de Rennes, girò per rue Palissy, rientrò sul boulevard Saint-Gérmain per rue Dragon. Fu davanti al Drugstore, mentre guardava il manifesto del film di Fellini Giulietta degli spiriti, che una coppia di poliziotti lo bloccò, documenti ben in vista a certificarne l’identità. Avevano una 403 beige parcheggiata pochi metri più avanti, con dentro altre due persone. Sul marciapiede rimase lo studente, testimone involontario di un sequestro di persona che sembrava un giro in macchina fra amici, nessuna violenza, nessuno spintone, nessun grido.
Mehdi Ben Barka, il campione del terzomondismo, il leader della Tricontinentale, l’amico di Castro ma anche di De Gaulle, il campione dell’indipendenza del Marocco ma anche il professore di matematica di quello stesso sovrano che lo aveva condannato a morte, si installò dietro, fra uno dei poliziotti e uno degli occupanti, la vettura partì, e lui scomparve nel nulla. Ancora oggi non si sa chi materialmente lo ammazzò e dove è sepolto il suo cadavere.
Adesso l’editore Einaudi pubblica Il caso N’Gustro (pagg. 184, euro 11,50, traduzione di Luigi Bernardi), il primo geniale romanzo che l’allora trentenne Jean-Patrick Manchette ricavò da quel fatto di cronaca nera e politica. Uscito in Francia nel 1971, sei anni dopo il rapimento, ma ancora nel pieno delle polemiche e delle accuse da esso scatenato, un primo processo nel 1966, un secondo nel ’67, molte condanne in contumacia che non convinsero nessuno, la rottura delle relazioni diplomatiche tra Francia e Marocco, un susseguirsi di memoriali e contromemoriali, alcune fughe all’estero e un suicidio in circostanze sospette, Il Caso N’Gustro è un noir esemplare per l’asciuttezza e la crudezza dei toni, la disperata sgradevolezza dei suoi protagonisti. E tuttavia, consapevolmente o meno, Manchette scrisse anche un romanzo consolatorio per il milieu intellettuale di cui faceva parte, un milieu indignato dai depistaggi e dagli intrecci proibiti fra servizi segreti francesi e marocchini, simpatetico nei confronti di un agitatore rivoluzionario sì, ma rispettoso della Francia, convinto che al cuore dell’affaire ci fosse una congiura reazionario-fascista con ex parà nostalgici dell’Algeria francese a fungere da manovalanza armata. L’eroe negativo del romanzo di Manchette, Henry Butron, infatti, è proprio questo: un piccolo delinquente, un teppista di estrema destra con velleità giornalistiche, un giovane fascista annoiato che alla fine si ritrova in un gioco più grande di lui. Ma chi era nella vita reale Henry Butron?
Il suo vero nome era George Figon, aveva 39 anni, di cui 14 passati fra ospedale psichiatrico e galera. Aveva cominciato a diciassette con un’aggressione, a venticinque aveva sparato a un poliziotto... Rimesso in libertà nel 1961 per buona condotta, viene adottato dalla intellighentia parigina che conta, quella che giudica la società borghese sempre colpevole e la lotta di classe il motore della storia. Marguerite Duras lo intervista su France Observateur, «Un delinquente non pentito» è il titolo, la televisione gli dedica uno speciale e ancora la Duras mette a disposizione il suo appartamento per girarlo, Temps Modernes di Sartre gli apre le sue colonne, Roger Stéphane gli dà un ruolo per un film per la televisione che si chiama Il detenuto. C’è spazio persino per il perdono cattolico di François Mauriac: «No, non siete un delinquente, recitate la parte. Se lo foste non sareste così consapevole».
L’emarginato, lo sradicato, il violento vittima del sistema piace insomma alla Parigi che conta, un’abitudine ancora dura a morire se, quarant’anni dopo, la ritroveremo a fare grottescamente quadrato intorno al pluricondannato brigatista italiano Battisti, nel frattempo divenuto giallista e quindi salvificato per meriti intellettuali... È una fascinazione profonda, e non è un caso che quelli siano gli anni di À bout de souffle e di Pierrot le Fou di Jean-Luc Godard, delinquenti anarchici con la guele di Jean Paul Belmondo che solo la coscienza di classe potrebbe salvare.
Figlio di buona famiglia, antiborghese per reazione, Figon non è dunque il fascista della finzione romanzesca di Manchette, ma il prototipo di ciò che il gauchismo dell’epoca accarezza: un violento suo malgrado, da redimere. Ma quel prototipo è anch’esso un falso, perché Figon, più semplicemente, è uno psicopatico, uno che gioca a fare il ribelle senza causa, il rivoluzionario in attesa della rivoluzione.
Ma, ideologicamente parlando, non c’è solo Figon dietro l’affaire Ben Barka. C’è anche il giornalista Philippe Bernier, 35 anni, una conoscenza decennale con il leader marocchino mal vista dagli amici di quest’ultimo, un passato a Radio Marocco e a Radio Algeri, un presente legato a una agenzia di stampa specializzata nel mondo arabo, una figura a mezzo fra l’informatore, il diplomatico dilettante terzomondista, l’uomo dei servizi... È a Bernier che Figon, presentatogli dalla Duras, propone un film-documentario con Ben Barka sulla decolonizzazione, è Bernier che si fa garante con Ben Barka del progetto e che contatta George Franju, uno dei papà del nouveau regard, regista di talento e beniamino della critica impegnata...
È con loro che Ben Barka ha appuntamento da Lipp quel giorno fatale, ma se Franju è nient’altro che un nome cinematografico di richiamo utilizzato per l’occasione, Bernier e Figon mirano a qualcosa di più di un film: il primo gioca a fare da trait-d’union a pagamento fra il governo marocchino e il leader espatriato in vista di un accordo che metta fine all’esilio, il secondo sogna il colpo della vita: vendere vivo Ben Barka ai servizi di sicurezza marocchina, il massimo risultato economico con, per lui, il minimo sforzo.
Niente naturalmente andrà come essi si immaginano. Ben Barka verrà rapito, ma intorno a Bernier e Figon c’è tutto un pullulare di professionisti: politici francesi e marocchini, poliziotti e «barbe finte» di entrambi i Paesi, manovalanza criminale usata alla bisogna, coperture istituzionali... Bernier ne uscirà rovinato, Figon morirà suicida e/o «suicidato» dopo che per un paio di mesi ha inondato la stampa di articoli in cui si chiama fuori, un po’ di funzionari ci rimetteranno il posto, la Francia accuserà il Marocco e viceversa. Del corpo di Ben Barka non si avrà più traccia.
È una storia esemplare, insomma, in una nazione in cui l’Algeria è ancora una ferita aperta, c’è chi vorrebbe uccidere de Gaulle perché ha tradito i pied noirs d’oltremare e c’è chi sogna una rivoluzione socialista che da Algeri deflagri finalmente sulla madrepatria. Sono gli anni Sessanta del terzomondismo, del Che in Africa, della decolonizzazione e dell’internazionalismo, il Maggio francese è alle porte, gli intellettuali gauchistes giocano col fuoco e la destra coccardiera non sa combattere altro che battaglie di retroguardia. Ben Barka era alto poco più di un metro e cinquanta, faceva politica dall’età di 14 anni, aveva fatto più anni in galera e in esilio che da uomo libero. Morirà per mano dei suoi nemici, ma a consegnarglielo saranno dei sedicenti amici, finti rivoluzionari, imbroglioni intellettuali, il maleodorante gratin mondano di una sinistra senza vergogna.