Mehta illumina la Settima di Mahler

da Milano

«Partiti», come dicono i telecronisti. Incomincia la gara là, qui incomincia nello stesso clima emozionante la serie degli incontri e degli eventi. C’è alla Scala la gente che conta e quella che potrebbe ben contare nella musica se i prezzi fossero sempre accessibili come in questa rassegna; non c’è fastidio mondano, non c’è clima retorico. Mito è partita bene.
Sul palcoscenico, sotto un grande Uno di gusto parrocchiale, stava l’Orchestra Filarmonica di Israele. Reduce da Torino con un programma romantico e un successo travolgente manifestato anche in due bis, si presentava con la Settima sinfonia di Mahler. Non c’è bisogno di andare troppo indietro nelle generazioni per trovare i musicisti ebrei perseguitati e derisi, da cui questi scendono. Erede di tanta forza e tanta dignità, la Filarmonica di Israele ha una sua consistenza orgogliosa ed un bagaglio tecnico che si esprime eccellentemente nell’agilità degli archi e nel vigore degli ottoni, e in una vivida coscienza della musica.
Con Mahler, che era ebreo, e che si sente intriso di dolore, il pericolo era di andare nel troppo commovente, nella perorazione; ma Zubin Mehta dal podio ha scelto e garantito un’altra strada, una specie di contenutezza nitida senza molte sfumature, che ha procurato una lettura chiara e ha un po’ privato anche l’autore di quel fascino avvolgente che altre volte ha sedotto gli ascoltatori. Si seguivano le linee compositive con evidenza, si ammirava la consistenza, più che non la raffinatezza, degli strumenti a fiato, e ci si confermava che con Mehta tutto diventa naturale, persino sbagliare sembra molto difficile; mancava un po’ di struggimento, di visionarietà irrazionale ma aperta su memorie e prospettive infinite, dall’attacco fin troppo evidenziato al finale così in bilico fra volontà di luce e apprensione al momento di accedervi. È stato comunque un successo caldo e convinto, anche se contenuto come l’interpretazione, e senza bis.
Ora bisognerà cercare di individuare se accanto al solito esiste un nuovo pubblico, favorirlo magari con altoparlanti fuori dalle sedi dei concerti, facendo sapere quando e su quali siti i concerti siano trasmessi via Internet, spingere chi pratica un genere musicale non si ritiri all’occasione di partecipare ad altre forme musicali, come dà occasione Mito 2007. Si dovrebbe creare una situazione in cui non si sentisse mai a disagio chi non è colto, chi non fa parte di classi o di abitudini privilegiate. La varietà dei luoghi potrà certo servire a togliere queste spiagge privilegiate della musica a cui è difficile accedere e favorire scambi e inserimenti.